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La nuova ondata del sessismo digitale

Internet non ha inventato la misoginia, questo è certo, ma ha creato un porto franco per molte comunità maschiliste radicali, spesso popolari tra giovani e giovanissimi. La cosiddetta “manosphere” è l’insieme di siti web, gruppi social e movimenti online in cui il tema della maschilità viene approfondita lungo un ampio spettro di interpretazioni. Questi gruppi vanno da movimenti che invocano una riscoperta della virilità, una “dignità ritrovata”, alle comunità di Incel, cioè coloro che si definiscono celibi involontari. Gli Incel rappresentano il polo più radicale della manosphere, dove l’incapacità relazionale con il genere femminile trova sfogo nel sessismo, razzismo ed una visione “noi contro loro”, con appelli alla violenza e al suicidio. Nel 2018 il venticinquenne canadese Alek Minassian compì un attentato a Toronto mirando ad investire quante più donne possibile con un furgone; prima dell’attentato aveva pubblicato un manifesto in cui dichiarava la propria appartenenza alla “categoria Incel” e presentava il suo atto come una vendetta verso il genere femminile. Queste gruppi rappresentano tuttavia il fondo più radicale dell’odio di genere online, relegato in spazi poco raggiungibili ed estremamente alienanti.


Il volto più popolare del maschilismo online è invece composto da un insieme di youtuber, guru e pseudo-teorici della maschilità, i quali hanno maggiore influenza su ragazzini e adolescenti. Andrew Tate è senza dubbio l’esempio più celebre di questa rinnovata ondata di maschilismo. L’imprenditore ed ex kick-boxer angloamericano ha ottenuto milioni di follower predicando una misoginia che potremmo definire “da intrattenimento”. Le sue affermazioni surreali sulla inferiorità femminile, combinate ad un modello da “maestro di virilità”, lo hanno reso appetibile sia ai giovani in cerca di un modello che a pre-adolescenti vittime di algoritmi viziati. Tate è ora in attesa di processo in Romania, sotto accusa di traffico di esseri umani e stupro. Negli scorsi anni i suoi account ufficiali sono stati cancellati da Instagram, Facebook, YouTube e TikTok ma migliaia di canali dei suoi fan continuano a ripubblicare i suoi video, ed i contenuti con il tag “Andrew Tate” sono stati visualizzati miliardi di volte (CCDH, 2024).


Tate è solo l’apice di una vasta subcultura virtuale che riporta la violenza fisica e verbale ad essere emblema della maschilità, indebolendo vasti progressi fatti nell’educazione negli scorsi decenni, soprattutto quando si tratta di comunicazione verso i più piccoli. Secondo i sondaggi della No-Profit inglese “Internet Matters”, il 50% dei ragazzi tra 15 e 16 anni crede che il mondo online abbia peggiorato la situazione dell’odio di genere, ed il 19% dei ragazzini tra 9 e 16 anni nel Regno Unito ha un parere positivo di Andrew Tate. La misoginia sui social è resa più semplice ed evanescente dall’assenza di un confronto in persona, ma le sue conseguenze sono evidenti per le vittime soprattutto al di fuori della esperienza virtuale. Amnesty International registra che nel Regno Unito una donna su cinque ha sofferto di attacchi sessisti online, delle quali il 55% dichiara di aver sofferto conseguenze psicologiche come perdita di autostima, senso di umiliazione e attacchi di panico.


Oggi il Web può rappresentare una fonte di formazione disfunzionale, che spinge i più giovani nella direzione opposta rispetto alla educazione formale che ricevono a scuola. Esempi come Tate rappresentano naturalmente una minoranza, è proprio la loro eccezionalità infatti che li pone al centro degli algoritmi dei maggiori social network, che premiano i contenuti più provocatori e smodati.


Ma come porre una fine a questo fenomeno? 

Comincia ad essere sempre più difficile preservare i ragazzi dalla visione di contenuti di questo tipo, via via più frequenti anche negli algoritmi dei social network più usati dai giovanissimi, come TikTok o Instagram. Sarebbe dunque funzionale intervenire alla radice del problema, e individuare le ragioni per cui in personaggi come Tate persista una tale mentalità.


Lo psicologo Giacomo Ciocca, in un'intervista del 2022, riflette sui reali disturbi psicologici che stanno alle spalle di tali contenuti misogini: forti insicurezze, depressione, ansia e solitudine caratterizzano la maggior parte degli uomini che diffondono odio sul Web, spingendoli a ricercare assenso e conforto in comunità online che sostengano le loro insicurezze a discapito del rispetto verso la figura femminile. 

Eppure agli occhi di un incel curare tali disturbi non è un’opzione: come spiega uno studio pubblicato nella rivista accademica “The Journal of Sexual Medicine” la terapia è percepita dai membri di tali forum come un mezzo di controllo nei loro confronti, volta a schiacciare la loro virilità e a renderli “maschi beta”. 


Tale atteggiamento, fomentato all'interno delle stesse comunità, non aiuta la risoluzione del problema,  e al contrario crea un circolo vizioso dal quale è ben difficile uscire: è fondamentale tuttavia che il campo della psicologia si adoperi a formare psicologi e terapeuti pronti ad affrontare sempre più individui affetti da tali disturbi e coinvolti in comunità misogine. Non meno importante è il ruolo della società stessa, ci ricorda Jordan Peterson, la quale si deve impegnare a disincentivare atteggiamenti di bullismo o scherno nei confronti di coloro che, insicuri e soli, un domani cercheranno rifugio in comunità pronte a discriminare l’altro genere a favore di un accrescimento del proprio ego. 


È indubbio che non basti intervenire sui fautori di tali contenuti ma anche su chi ne fruisce, in quanto spesso si tratta di adolescenti, fragili e facilmente condizionabili; l’educazione è il mezzo primario per raggiungere il cambiamento, quantomeno su coloro che, a causa dell’età, possono essere influenzati da messaggi sessisti e pericolosi. 

L’aumento di pensieri misogini online può essere contrastato da una buona base di educazione sentimentale, spesso assente negli ordinari percorsi formativi: essa può abbattere il pregiudizio per cui due generi debbano farsi la guerra e allontanare i più giovani da tale mentalità.  


Paolo Zurlo e Giulia Tirinnanzi


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