UN ACCESSO AL PRONTO SOCCORSO IN TEMPI COVID Dialogo con un infermiere in prima linea nell’emergenza

Con la diffusione del Covid-19, ci siamo scoperti tutti fragili di fronte a un nemico sconosciuto, spogliati all’improvviso di ogni progetto e certezza quotidiana. Un luogo in cui, forse più di ogni altro, si percepisce questa debolezza, in cui sempre il dolore rende nudi, è la corsia di un ospedale. È proprio qui che ci addentriamo attraverso le parole di Michele, un infermiere che ha lavorato per anni in sala operatoria e che all’improvviso si è visto catapultato in Pronto soccorso: cambio di reparto, di turni, di abbigliamento. Cerchiamo di capire con lui come un ospedale lombardo ha reagito alla pandemia, come la vita del personale sanitario è stata stravolta da questa emergenza, ma anche cosa c’è al cuore del lavoro di un infermiere, sempre a contatto con colleghi e pazienti.

In ospedale è stata sottovalutata inizialmente la pericolosità del virus? Che conseguenze ha avuto la sua diffusione sull’organizzazione ospedaliera?

Sin da subito sono state seguite le indicazioni della Regione. Dalla fine di febbraio sono state attivate delle procedure per identificare i possibili pazienti Covid in modo che seguissero un giro diverso dai pazienti non infetti. Appena c’è stata l’idea che si trattasse di un virus molto aggressivo, poi, sono stati ridotti notevolmente gli interventi in sala operatoria. Anche i reparti sono stati completamente rivoluzionati: la maggior parte ora sono considerati sporchi (infetti), pochi sono rimasti totalmente puliti, ad esempio alcune aree intensive, altri fanno parte dell’area dubbia. Per ogni paziente, infatti, vengono fatte ecogafia polmonare, TAC e tampone, ma la diagnosi non è mai netta, anche perchè il numero di falsi positivi e negativi è molto elevato. Se ci sono discrepanze tra i risultati della TAC e del tampone, ad esempio, il paziente va in area dubbia.


Come sono cambiate in questi due mesi la terapia e la gestione ospedaliera dei pazienti Covid?

La gestione di un paziente Covid inizialmente, per quanto riguarda le problematiche respiratorie, è di pertinenza dell’anestesista in Pronto soccorso, in un secondo momento dell’infettivologo. La terapia in questi mesi ha subito varie modifiche a fronte delle nuove scoperte e dei vari incontri di aggiornamento fatti tra i membri del personale sanitario. Non c’è ancora chiarezza definitiva sul trattamento migliore da adottare, per cui bisogna seguire le direttive ma anche osservare la reazione dei singoli pazienti. Un aspetto positivo del Pronto soccorso è che c’è sempre molta collaborazione tra medici e infermieri, per cui è importante che anche questi ultimi imparino a discriminare i vari aspetti utili per la diagnosi, per quanto questa non spetti a loro.

Sui giornali, sul web, in TV, sono girate tante immagini di volti solcati dalle mascherine, di donne addormentate sulla scrivania dopo ore di lavoro estenuante, sono più di un centinaio i medici che hanno perso la vita per questa emergenza. Ha senso parlare di eroi o è semplicemente il vostro lavoro?

Il nostro è un lavoro come tutti gli altri e come tale va rispettato. È vero, nelle tute si suda tantissimo, la mascherina dà fastidio, lascia i solchi sul naso, e a tal proposito bisogna saper utilizzare in modo corretto i presidi, ma il lavoro è sempre stato questo, per quanto ora abbia assunto maggior rilevanza mediatica: giornate interminabili in sala operatoria a fare pacemaker e correre da una parte all’altra sono pesanti tanto quanto dodici ore trascorse in un reparto di terapia intensiva. Da contratto ci spetta ora un bonus per l’indennità Covid, e penso sia giusto come riconoscimento del valore di un lavoro svolto per la salute e il bene delle persone. Come i politici ricevono una pensione d’onore per aver lavorato a servizio dello Stato, così va riconosciuto l’impegno di chi lavora in prima linea per questa emergenza: non solo medici e infermieri, ma anche chi lavora in ambulanza, lettighieri, addetti alle pulizie, carabinieri e poliziotti... La cosa che fa più male è vedere la mancanza di rispetto da parte delle persone che stanno in giro, fregandosene completamente di quello che sta succedendo.


In questo periodo abbiamo visto anche tante testimonianze di abbracci tra infermieri, di personale che improvvisa balli e canti in reparto e di tanti gesti di solidarietà. Com’è cambiato il rapporto tra voi membri del personale in questa emergenza?

Cantare e ballare sono modi per smorzare la tensione. Le difficoltà, del resto, o uniscono o dividono, in base a come vengono vissute, e la cosa bella, in un ospedale completamente ribaltato dalla diffusione del virus, e in cui sicuramente si sono fatti tanti errori, è il rapporto di stima e fiducia che si instaura tra i colleghi, è vedere in loro l’umanità. Nel via vai quotidiano è raro incontrare operatori sanitari attenti a ciascun paziente fino ai minimi dettagli, banalmente al fatto che facciano le loro chiamate. Ricordano che la persona ha una dignità, anche quando sta per morire. Quando incontri persone così ti stupisci e vuoi imparare da loro questa assistenza.

Un altro fatto esemplificativo del rapporto tra noi colleghi in questo periodo è che ci si riconosce solo dagli occhi, dallo sguardo. E gli sguardi riescono a sorridere, a piangere, a esprimere tutto.

Com’è il rapporto con dei pazienti completamente soli, che non possono vedere nessuno dei parenti e amici se non tramite una webcam, e che forse, per questo, hanno ancor più bisogno di attenzioni e cure, non solo mediche? Cosa desideri per loro? Ti senti mai inadeguato?

Di fronte a una persona che sta male ci si sente sempre inopportuni e sbagliati. Mi ricorderò sempre dei primi pazienti che ho visto morire. All’inizio ti senti sempre inutile, finchè inizi a capire che la tua utilità sta nell’assistere la persona in quel momento. Questo fa la differenza: per eliminare il dolore della malattia c’è bisogno che la persona guarisca, ma la guarigione non dipende ultimamente nè da te nè dalla terapia. Non sei tu che salvi la persona. Per questo bisogna pensare a far bene il proprio mestiere con ogni paziente e portargli rispetto fino in fondo.

Come vivi il fatto di essere a contatto tutti i giorni con il dolore e, in questo periodo più che in altri, con la morte?

Quando sei a stretto contatto con la criticità ti accorgi di più di quello che c’è e c’è sempre stato, un po’ come quando hai sete e l’acqua diventa incredibilmente buona.

Prima o poi la morte arriva per tutti. A un certo punto quando sai di dover morire ti metti il cuore in pace e accetti che questo sia il tuo destino. Non che questo sia motivo per evitare la cura, però bisogna essere consapevoli e sereni del fatto che si può arrivare fino a un certo punto.


Tante persone sono morte, altre stanno male. Come possiamo dire che ‘andrà tutto bene’? In che modo potremo affermare che ‘ce l’abbiamo fatta’?

Ho in mente i volti delle persone quando li avvisavamo che erano positivi al Covid. Sbiancavano e iniziavano a piangere, avevano negli occhi la paura di morire, cercavano il conforto dei parenti tramite una videochiamata. Non sta andando tutto bene.

Questa emergenza ha messo sicuramente in luce tante criticità. Il problema della mancanza di medici e infermieri, ad esempio, sussisteva anche prima che fossero occupati tutti i posti in terapia intensiva, e va risolto, ma le cose cambiano se al centro si mette la persona, piuttosto che il fatturato. Di esempi ne abbiamo tanti, il solo fatto che un ospedale fornisca al personale tutti i presidi di protezione indica proprio un’attenzione non al risparmio, ma alla persona.

Andrà tutto bene se non ci dimentichamo di tutto quello che è stato, delle persone che sono morte, della fatica che è stata fatta. Per questo va studiata la storia, per imparare dai propri sbagli ma anche perchè noi siamo il nostro passato. E affinchè qualcosa resti di tutto ciò, deve cominciare a rimanere in noi.


Noemi Felisi



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Legnano, 20025, Italia

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