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La sconfitta di Trump

“Mi sono impegnato a essere un Presidente che non cerca di dividere ma di unire, che non vede Stati rossi o Stati blu ma solo gli Stati Uniti”, così Joe Biden parla agli americani nel suo primo discorso da Presidente neoeletto nella città natale di Wilmington, Delaware.

Anche queste elezioni si sono chiuse e hanno un vincitore che è riuscito ad assicurarsi 290 grandi elettori contro i 214 del Presidente uscente Donald Trump.

Eppure, il clima che si respira per le strade americane non sembra essere dei più tranquilli e rassicuranti: le proteste continuano a dilagare.

Ma da dove arrivano e per quale motivo?

Donald Trump, direttamente connesso dalla Casa Bianca, due giorni fa, ha diffuso un messaggio dai toni pesanti e accusatori: “Se contate i voti legali vinco facilmente, se contate i voti illegali loro (i democratici) possono cercare di rubarci quest’elezione”.

Le accuse sono di corruzione e di brogli elettorali. Il Presidente ha annunciato che farà ricorso e andrà a processo legale.

In tutte le elezioni presidenziali, come è normale che sia, c’è estrema competizione tra i due candidati, ma forse questa volta si sta superando il limite.

Non c’è dubbio che la figura di Donald Trump sia istrionica e predominante: dispone di una presenza fisica dirompente e soprattutto ha rivoluzionato i classici standard della politica.

È stato definito da molti come populista o sovranista, non solo per il famoso slogan “Make America Great Again”, ma anche per la sua discutibile scelta di voltare le spalle ad alcuni importanti accordi e organizzazioni internazionali, pensiamo all’Accordo di Parigi o all’OMS.

Di recente, gli attacchi più forti nei suoi confronti riguardano la gestione del Covid-19, considerata superficiale e incosciente. Chi crede nel karma probabilmente pensa che quando “The Donald” ha contratto la malattia, in fondo, se lo meritava.

Anche in questo caso, però, Trump si è comportato da Trump. Ha tranquillizzato tutti i suoi fan lanciando un messaggio di forte positività, e dopo poco tempo era di nuovo alla Casa Bianca: “Non lasciate che vi domini – ha spronato gli americani - non lasciate che controlli la vostra vita, non abbiate paura, lo sconfiggerete, abbiamo le migliori cure” affermava il Presidente “io l'ho sconfitto, sarei potuto uscire dall'ospedale due giorni fa, mi sentivo alla grande meglio di quanto mi sia sentito da tanto tempo”.

Queste sono solo alcuni degli elementi che senza dubbio ci mostrano l’anomalia di questo Presidente, che è sicuramente diverso da tutti i suoi predecessori e, proprio per questo, è fortemente divisivo: c’è chi lo ama e scende in piazza per denunciare un’elezione corrotta e chi invece non vede l’ora che se ne vada perché lo considera il peggior Presidente della storia.

In ogni caso bisogna evidenziare una parabola discendente, che si sta concludendo nel peggiore dei modi.

Prima dell’avvento dell’“inivisble China virus”, Trump poteva vantare diversi traguardi raggiunti, primo tra tutti in economia: la disoccupazione ai minimi storici, Wall Street in impennata e il Pil in forte crescita.

Questo trend positivo viene interrotto da una pandemia mondiale che inizia a mostrare le crepe della sua presidenza, in cui frasi fuori luogo sono accompagnate da numeri di casi e di morti in costante crescita.

A ciò si sommano le numerose proteste dopo la morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minneapolis da un poliziotto bianco.

Passo dopo passo si arriva alle elezioni, che il Presidente definisce più volte come “le più importanti di sempre”.

Trump inizialmente sembra essere in vantaggio perché riesce a condurre anche negli Swing States, come Michigan, Winsconsin, Pennsylvania, Georgia, ma mancano ancora troppi voti.

La sera stessa arriva un messaggio, in pieno stile trumpiano: “Francamente, abbiamo già vinto. Ringrazio gli americani, abbiamo vinto ovunque, risultati fenomenali”.

Non è così. Iniziano ad arrivare i milioni di voti per posta che mancavano all’appello, e la maggior parte sono democratici: gradualmente gli Stati in bilico da rossi diventano blu.

È qui che il leader del GOP inizia a perdere credibilità e a dare fiato a tutti i suoi detrattori, ma non solo. Inizia a chiedere lo stop al conteggio dei voti, senza alcuna base, e a formulare accuse piuttosto pesanti nei confronti dell’altra parte politica.

Perché si è comportato in questo modo? Perché anche quando la differenza di voti in molti Stati era ormai troppo larga ha continuato imperterrito per la sua strada?

Davvero pensa che vi siano stati dei brogli elettorali ai suoi danni e che i democratici abbiano orchestrato tutto?

La risposta è no. Trump non crede a niente di tutto questo (se non a qualche piccolo errore volontario nel conteggio di qualche voto), ma è l’ultima strada che gli rimane per provare a non perdere.

Trump odia perdere, forse anche perché nella sua vita ha sempre vinto contro tutto e tutti. Attenzione, non sto dicendo che tutto ciò che è riuscito ad ottenere, lo abbia ottenuto perseguendo le vie più oneste e legali del mondo.

Sfido chiunque a pensare che nella costruzione di torri, grattacieli, hotel, casinò e campi da golf, l’imprenditore Trump non abbia mai eluso la legge o non abbia sbagliato qualche grosso investimento (come è effettivamente capitato).

La cosa importante è un’altra ed è il fatto che alla fine ce l’abbia fatta, alla fine ha avuto successo in tutta l’America.

Per coronare la sua carriera decide di scendere in politica: nel 2016 prima vince le primarie repubblicane e poi diventa Presidente degli Stati Uniti assicurandosi più grandi elettori della sfidante democratica Hillary Clinton.

Insomma, è riuscito anche a conquistare la carica più importante del mondo.

E adesso? Adesso ha perso e non riesce in nessun modo ad accettarlo.

Senza accorgersene sta compiendo un grave errore. Nel bene o nel male Donald Trump era riuscito a lasciare il segno nella storia americana, a farsi amare da milioni di cittadini e a lasciare in eredità una nuova ideologia nel tessuto sociale.

Tutto questo, però, rischia di essere cancellato e sostituito dal ricordo di una persona troppo orgogliosa che, pur di non perdere, decide di spingersi troppo in là mettendo a repentaglio la democrazia del Paese più libero del mondo.

Niccolò Brazzelli

Legnano, 20025, Italia

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