Alle origini della Costituzione: l'Assemblea costituente

La Costituzione, il più importante testo normativo del nostro ordinamento giuridico (per le sue coordinate essenziali, clicca qui) nacque in un periodo decisamente burrascoso, caratterizzato dalla fine della dittatura fascista e dall’inizio della repubblica.


Oggi siamo così abituati a parlare di questi periodi storici che quasi ne dimentichiamo l’eccezionalità: ma, con un piccolo sforzo di immaginazione, chiudendo gli occhi (salvo poi ricordarci di riaprirli, almeno per leggere questo articolo) possiamo provare a ricrearne il clima.

Solo in questo modo, più che con date, decreti e documenti, saremo in grado di comprendere la nostra Carta costituzionale (all’esame di diritto costituzionale, però, chiudere gli occhi non basta, purtroppo).


Ebbene, verso la metà degli anni ’40 si stava verificando un vero cataclisma politico e istituzionale, un terremoto quasi senza precedenti nella penisola: un potere costituito – quello fascista – stava esaurendo la propria forza, essendo venuto meno il consenso, sia interno sia internazionale. Si apriva, quindi, la possibilità dell’esercizio di un nuovo potere costituente.


A guerra ancora in corso, e precisamente nel giugno del ‘44, si decise che, non appena possibile, il popolo italiano maschile e – per la prima volta – femminile sarebbe stato chiamato a referendum per esprimersi su due questioni: la scelta monarchia-repubblica e l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente.


Se ben noto è l’esito della prima scelta, qui ci concentriamo sulle modalità della seconda. Detto in parole povere, bisognava designare le persone a cui attribuire l’enorme, fondativo potere di decidere quali sarebbero stati i diritti e i doveri dei cittadini, quale sarebbe stato l’ordinamento della Repubblica (cioè come sarebbe funzionato lo Stato) e cosa farne del fascismo. Insomma, i cittadini erano chiamati a scegliere a chi consegnare il pennello che avrebbe disegnato dal nulla la Repubblica italiana: “mica facile”, si potrebbe dire.

Per farlo, si optò per una legge elettorale proporzionale: ciò per garantire la maggiore rappresentatività possibile, in modo da riproporre fedelmente le inclinazioni politiche della società all’interno dell’Assemblea.


Il referendum del 2 giugno 1946 sulla Costituente vide la Democrazia Cristiana in testa, con 207 seggi, seguita da Partito Socialista e Partito Comunista, rispettivamente a 115 e 104 seggi. Altri partiti minori formavano il totale di 556 seggi dell’Assemblea, presieduta dal socialdemocratico Saragat.


La DC rappresentava quindi il partito di maggioranza relativa, ma il blocco di sinistra, pur decisamente variegato, era disposto a tenere una linea unitaria d’azione.


Risulta quindi evidente la coesistenza di due diverse anime nella nostra Costituzione: da un lato quella cattolica e dall’altro quella socialista-comunista, che all’apparenza vanno d’accordo come la pizza con l’ananas o come Zidane con Materazzi.


In verità, a ben vedere, esistevano importanti linee comuni tra le due opposte fazioni, come il rigetto del fascismo (e di ogni altra forma autoritaria) e la centralità dell’individuo. Proprio in rilievo di quest’ultimo punto, dietro la spinta di un giovanissimo Aldo Moro – nemmeno trentenne – i costituenti concordarono sull’adozione di una struttura del testo costituzionale “a piramide rovesciata” (o, per chi ama sorprendere tutti con paroloni ad effetto, “a socialità progressiva”): ecco perché il testo costituzionale comincia dal riconoscimento dei diritti dell’individuo inteso come singolo, per poi passare, allargando il cerchio, alla famiglia, alle associazioni, al lavoro e alla politica.


Molti rimanevano, però, i punti in cui le diverse posizioni sembravano di fatto inconciliabili: si pensi, per esempio, al ruolo dello Stato nell’economia, ai rapporti fra Repubblica e Chiesa, e più in generale alla centralità della religione nello Stato italiano.


La soluzione, come vedremo meglio nei prossimi articoli, fu quella del compromesso. Ecco perché si prese presto a parlare di “Costituzione presbite”, cioè di una Costituzione… un po’ “cecata”, che non vede i dissidi politici, mirando semplicemente al miglioramento delle condizioni di vita degli individui e ad una spinta solidaristica, nel segno di un progetto pluralista e anti-autoritario.


A tal proposito, Meuccio Ruini, appartenente al gruppo misto e figura simbolo dell’Assemblea, sottolineò come “compromesso” altro non significhi che “promettere insieme”, a dimostrazione di una convergenza di idee e di forze tra tutti i membri dell’Assemblea. Allo stesso modo, Palmiro Togliatti definì la Carta costituzionale come “un terreno comune di confluenza fra solidarismo marxista e solidarismo cristiano”, che lascia da parte le contingenze e gli attriti politici nell’esclusivo interesse del popolo italiano.


I lavori dell’Assemblea si protrassero incessantemente sino al 22 dicembre del 1947, giorno in cui, in un clima di grande solennità ed emozione, fu approvato il testo definitivo della Costituzione, composto di 139 articoli e alcune disposizioni transitorie e finali.


Essa entrò in vigore dal 1° gennaio 1948 e, dopo più di settant’anni di vigenza, nonostante diversi interventi di riforma, mantiene quell’elemento solidaristico e compromissorio che la rende tuttora una sicura garanzia per i diritti di tutti i cittadini.

Riccardo Canossa

Bibliografia e sitografia

Enzo Cheli – Costituzione e sviluppo delle istituzioni in Italia

http://www.treccani.it/enciclopedia/costituzione_%28Il-Libro-dell%27Anno%29/

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