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Tra gap e percentuali: i risultati delle Invalsi 2022

Aggiornamento: 17 mag 2023

Una riflessione sullo stato del sistema educativo italiano


Si vuole provare a indagare, partendo dai risultati delle prove Invalsi di quest’anno, comparate anche con gli anni passati, quale tipo di misurazione offra questo strumento istituzionale e nazionale riguardo alla scuola italiana e alla sua efficacia.


Nel 2021 si è registrato un crollo delle competenze di base scolastiche, per fortuna arrestatosi nel 2022. Tuttavia, sono lontani i numeri del pre-Covid e ancora oggi, secondo il Sole24Ore, quasi uno studente su due si diploma senza aver raggiunto le competenze di base.


La partecipazione alle prove Invalsi è quasi totale quest’anno: i soggetti coinvolti sono oltre 920 mila allievi della primaria (classe seconda e quinta), 545 mila di terza media e oltre 953 mila delle superiori (classe seconda e quinta).


Il gap di apprendimento risulta chiaro guardando ai dati inerenti agli studenti di quinta superiore. Si può infatti osservare che il 52% dei discenti ha raggiunto un adeguato livello di italiano, una percentuale che potrebbe entusiasmare un partito politico post elezione, ma che, in un contesto scolastico, al contrario ci lascia intendere che il 48% dei ragazzi non ha raggiunto questo “livello adeguato di italiano”. Quanto ha inciso dunque la pandemia? Di ben 12 punti; infatti, nel 2019 la percentuale registrata intorno a questo parametro era del 64%. Ciò non riguarda soltanto la lingua, ma anche la matematica: il 2022 infatti registra un abbassamento di 11 punti rispetto al 2019 (oggi si registra il 50% di studenti con un livello adeguato, mentre tre anni si rilevava un 61%). Curioso il fatto che, rispetto a risultati altalenanti riguardo la lingua madre, il livello di inglese raggiunto nel 2022 è sotto solo di 3 punti a quello registrato nel 2019; nonostante ciò, questa situazione si ribalta riguardo al listening; infatti, quest’anno si possono contare tre punti in più rispetto al 2019. Forse tutte quelle ore su Netflix, se impostato in lingua inglese, potrebbero aver dato qualche frutto.


Ad andare peggio sono le regioni del Sud: la quota di studenti che non raggiungono il livello adeguato è molto alta, sia per le scuole medie che superiori. Emergono, quindi, forti evidenze di disuguaglianza educativa nelle regioni del Mezzogiorno sia in termini di capacità della scuola di attenuare l’effetto delle differenze socio-economico-culturali sia in termini di differenze tra scuole. Riguardo a quest'ultimo punto, si vorrebbe provare a riflettere se il problema sia effettivamente la scuola, nel suo senso più strutturale e microcosmico, oppure un atteggiamento culturale non pienamente funzionale degli individui in società: il fattore destabilizzante risiede nella natura dell’apparato scolastico, oppure, in un tipo di società culturalmente non preparata ad accogliere la sua importanza e le sue opportunità? Aristotele potrebbe ricordarci che, in primis, vi è il tutto, successivamente la parte. L’appello allo Stagirita non è di erudizione, ma di riflessione sul fatto che la scuola (la parte) è uno specchio o risultato del tutto da cui proviene: il nostro atteggiamento culturale odierno.


Se il quadro qui sopra tratteggiato scoraggia in qualche misura, il ministro Bianchi afferma che ci dovrebbero essere meno polemiche: egli rivendica il primato dell’Italia riconosciuto a livello internazionale nell’inclusione e nell’accoglienza. Inoltre, per il ministro i dati dimostrerebbero che la scuola ha tenuto durante la pandemia e quest’anno siamo addirittura in fase di ripresa. “Il Pnrr ci permette di affrontare alcune tematiche, non di risolverle tutte: non riusciamo a fare interventi per tutti i 44 mila edifici scolastici, ma abbiamo iniziato a mettere dei paletti. Dei 12 miliardi a disposizione già per bando ne abbiamo attribuiti 10. Gli altri 2 miliardi sono per il digitale: l’obiettivo è formare 650mila docenti entro il 2026. Nessun euro viene disperso né dato a pioggia: si facciano meno polemiche, fanno male al Paese”. L’espressione che più lascia riflettere è “l’obiettivo è formare 650mila docenti entro il 2026”, come se i docenti fossero operai a cui si debbano dare istruzioni, in meno di quattro anni, su come incastrare libro per libro, nozione per nozione, all’interno della mente degli allievi, affinché performino sempre meglio in nuove sfide, ad esempio le Skills Outlook 2021 dell’OCSE. È dunque questa performatività l’unico modo di considerare e avere a cuore la cultura?


Su questa linea sembra muoversi Antonello Giannelli, voce dell’Anp, che riguardo alle Invalsi si esprime così: “Impongo una riflessione molto seria sulla necessità di riformare la scuola. Se da una parte alcuni dati ci lasciano qualche margine di positività è pur vero che ci sono tanti, troppi segnali rivelatori di un malessere che non può lasciare indifferente il Paese” e di qui la richiesta di “puntare su una scuola che riveda profondamente i suoi paradigmi metodologici e valutativi. Gli alunni vanno accompagnati, motivati e supportati con strumenti innovativi rispondenti alle esigenze di un Paese che cambia”.


Pietro Carù


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