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Italia: Country Of The Year 2021

Aggiornamento: 22 dic 2021


Nel 2005 Steve Jobs, rivolgendosi ai neolaureati di Stanford, nel suo celeberrimo discorso ricordato per le iconiche frasi: “Stay Hungry. Stay Foolish”, disse:


“You can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backward. So, you have to trust that the dots will somehow connect in your future”


Questa citazione vuole essere rivolta, oggi, al nostro paese, all’Italia. Un paese che si trova, soprattutto nelle ultime settimane, sotto i riflettori di economi e statisti di tutto il mondo per via del prolifico e insolito anno appena trascorso.


Il settimanale britannico d’informazione politico-economica, The Economist, il 18 dicembre 2021 ha insignito l’Italia del titolo "country of the year". È interessante considerare i parametri utilizzati dalla rivista per assegnare questa onorificenza; infatti, come si evince dall’incipit dell’articolo, il premio non viene assegnato “to the biggest, the richest or the happiest, but to the one that improved the most in 2021”. Un parametro che, nella nostra epoca, non è affatto scontato poiché esula i comuni valori che vengono portati avanti dalla società globalizzata: massimo profitto e massimo benessere. The Economist ci offre la possibilità di pensare che si può diventare country of the year grazie all’impegno, alla perseveranza e alla voglia di ripartire, insomma: grazie alla mentalità che si persegue e si attua. Non si può essere il paese che è cresciuto o migliorato di più senza avere un progetto e senza credere in esso. La rivista, infatti, non considera i nostri sportivi o i nostri cantati come figure determinanti della crescita, ma si focalizza sulla sua organizzazione e la leadership di Mario Draghi. L’intento è molto chiaro, non si vuole celebrare la figura del politico in sé, ma si vuole far riflettere sulla figura del politico “per sé”. L’appello a questa contrapposizione filosofica è funzionale per esprimere come l’importanza del ruolo del nostro Presidente del Consiglio non sia “estetico”, nel senso che l’Italia può offrire sul piano internazionale un eccellente curriculum sotto il quale venga condotta, ma che sia un ruolo eminentemente fattuale ed empirico, capace di trascendersi appunto verso la reiterazione di un progetto.


Non solo The Economist ha fatto considerazioni sull’andamento italiano, ma anche molte società di rating, tra cui Standard & Poor’s. Gli analisti di S&P confermano il rating italiano a “BBB” ma, nonostante il persistere di un elevato indebitamento pubblico, essi non esitano ad alzare l’outlook – previsione sull’andamento del rating nel medio-lungo termine – da stabile a positivo. Secondo gli esperti la chiave per ridurre gli elevati livelli di debito è la crescita dell’economia, infatti, la società stima per l’Italia una crescita del Pil del 6% quest’anno e del 4,4% nel 2022. Interessante come queste stime proposte dall’agenzia siano leggermente migliori di quelle governative del Def; viene prospettata una crescita al 4,7%, contro il 4,5% del Def, e un deficit all’11,6% contro un 11,8%. Standard & Poor’s non è la sola agenzia che riconosce un miglioramento di outlook sul paese, tra queste vi sono Fitch, DBRS e Scope Ratings. Questi giudizi confermano la solidità di una linea politica ed economica perseguita dal Governo, concentrandosi sul vigoroso impegno riguardo alle riforme pro-crescita e agli investimenti.


Non si vuole affermare che quest’anno non ci siano state difficoltà, sia sociali che politiche, ma si può sostenere, forse, che questa riconsiderazione dell’Italia sia un sentore che qualche passo giusto è stato fatto e che la strada intrapresa non è quella sbagliata. Non è dato sapere ora se sia il sentiero migliore, ma solo camminando si potranno unire i puntini.

Stay Walking, Stay Poligono.


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