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Il paradosso del Paese della Libertà

Aggiornamento: 27 apr 2023

La decisione della Corte dà più libertà agli Stati: ma agli americani?


Giovedì 24 giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha deciso di eliminare un pezzo di storia: come già si ventilava da settimane, la storica sentenza emessa nel 1973, la Roe v. Wade, è stata ribaltata ed annullata. La Corte Suprema stava valutando la costituzionalità di una legge del Mississippi che aboliva l'aborto dopo la 15ª settimana di gravidanza, scontrandosi con la suddetta sentenza che sanciva la possibilità per le donne di abortire per qualsiasi ragione fino al momento in cui il feto è in grado di sopravvivere al di fuori dell'utero materno, anche tramite supporti artificiali. Da diritto federalmente riconosciuto, la possibilità di legiferare in materia è dunque stata riconsegnata ai singoli stati, i quali non hanno atteso molto per ribaltare la situazione: tra leggi grilletto e dichiarazioni che attendono solo l’attuazione, almeno 22 stati vieteranno un diritto conquistato a grande fatica e molti altri stati potrebbero seguire a ruota1.


Prima di valutare l’opportunità morale o politica di una scelta così netta, bisogna misurarne la validità giuridica e riassumere le differenti argomentazioni. La Roe v. Wade si fondava su un’interpretazione del Quattordicesimo emendamento in cui tra i diritti civili protetti dall’azione dei singoli Stati andava incluso anche quello all’aborto, vista la difesa del diritto alla privacy, da intendere come possibilità di scegliere liberamente riguardo la propria sfera più intima2. Con una forte maggioranza di 6 a 3, la Corte ha però sostenuto che la “sentenza Roe v. Wade è nata sbagliata”, e che alcuni diritti sono garantiti pur non essendo menzionati nella Costituzione, “ma tali diritti devono essere profondamente radicati nella storia e nella tradizione di questa nazione e impliciti nel concetto di libertà ordinata. Il diritto all'aborto non rientra in questa categoria. Fino agli ultimi anni del XX secolo, tale diritto era del tutto sconosciuto nella legislazione americana. Infatti, quando fu adottato il Quattordicesimo Emendamento, tre quarti degli Stati rendevano l'aborto un reato in tutte le fasi della gravidanza”. In risposta, la minoranza ha affermato “[Con la Roe v. Wade la Corte] ha ritenuto che lo Stato potesse vietare l'aborto purché il divieto contenesse eccezioni per salvaguardare la vita o la salute della donna. Ha ritenuto anche che lo Stato potesse regolamentare la procedura abortiva in modi molteplici e significativi. Ma fino al superamento della soglia di “vitalità”, la Corte ha affermato che lo Stato non può imporre un ostacolo sostanziale al diritto della donna di scegliere la procedura come ritiene opportuno, alla luce di tutte le circostanze e le complessità della sua vita. Oggi la Corte scarta questo equilibrio. Dice che dal momento stesso della fecondazione, una donna non ha diritto di parola in merito. Lo Stato può costringerla a portare a termine una gravidanza, nonostante costi personali e familiari”.3 Da un lato, dunque, una interpretazione “originalista”, che vuole seguire alla lettera il dettato Costituzionale nelle volontà prime dei padri fondatori americani; dall’altro, una interpretazione “evoluzionista”, che vuole seguire l’evoluzione della società nelle sue sensibilità e nei suoi bisogni. Ciascuno con propria coscienza tragga le sue valutazioni.


Chiaramente, il fatto che il diritto all’interruzione di gravidanza per ogni circostanza fosse regolamentato solamente da una sentenza (anche se della Corte Costituzionale) e non da una legge federale ha reso più facile il verificarsi di circostanze che facessero perdere terreno a conquiste di civiltà e di libertà. Senza inoltrarci nel dibattito etico e medico sotteso ad ogni discussione su momenti delicati dell’esistenza di un individuo (nascita, fine vita…), si vogliono ora discutere le implicazioni di carattere politico e civile di questa scelta, che vanno affrontate in due punti: da un lato la tenuta stessa del sistema istituzionale americano di “checks and balances”, ovvero di ripartizione dei poteri, spesso sotto accusa e più raramente sotto attacco; dall’altro gli effetti di una tale decisione sulla popolazione americana.


Partendo dal primo punto, bisognerebbe illustrare approfonditamente il funzionamento degli organi costituzionali americani e evideziarne le interazioni per valutare la loro efficacia; tuttavia per la loro complessità basti qui sapere che i membri della Corte Suprema sono convenzionalmente 9, la loro nomina avviene tramite selezione dal Presidente e successiva ratifica da parte del Senato e il loro mandato ha un termine indefinito4. Gli Stati Uniti sono quindi uno dei pochi stati nel quale non è chiaramente stabilito un termine di mandato per i membri dell’organo che ha come compito principale quello di difendere la Costituzione e di garantirne l’aderenza di leggi, decreti, regolamenti, ecc., e questo porta a un risultato evidente su diversi livelli: una corte costituzionale di chiarissima estrazione politica, in carica per periodi di tempo sempre crescenti (i giudici scelti rientrano nella decade dei 50), finisce per non essere più rappresentativa del proprio paese, e soprattutto per estremizzarsi nelle decisioni e negli orientamenti dei singoli membri5. Secondo un sondaggio di Gallup nei primi mesi del 2022 solo il 25% degli Americani hanno almeno abbastanza fiducia nella Corte Suprema, dato in discesa dal 2021 (36%)6, crollo che la stessa azienda ritiene essere imputabile al possibile ribaltamento della sentenza Roe v. Wade: infatti sin dal 1990 più della metà degli americani si sono sempre espressi contrari all'eliminazione di questa sentenza, mentre solo un 30% circa si è sempre espresso favorevolmente. E se può sembrare assurdo che una donna si sia espressa a favore del parere (ma tanto assurdo non è conoscendo già a priori le posizioni cattoliche integraliste e iperconservatrici del giudice Amy Coney Barrett), in realtà la composizione del 32% degli Americani che sostengono la Corte è leggermente orientata verso il sesso femminile7. Inoltre, come prima affermato, succede spesso che nel corso del proprio mandato i giudici tendano a estremizzare le proprie posizioni, diventando più guidati dall’ideologia e quindi da direttive partitiche, piuttosto che rimanere fedeli alla loro missione8. Questo spostamento, osservato nel corso dei mandati dei diversi giudici, ha portato le elezioni degli stessi ad essere espressioni non più di un Senato pressoché unanime come nei primi casi, ma bandiere del partito di maggioranza relativa, sì con una loro autonomia, ma con valori vicini a quella o all’altra corrente.9


Dall’altro lato, se si valutano gli effetti sulla popolazione, appare evidente una problematica di disparità sociale: viste le differenze cui le legislazioni statali vedranno sull’interruzione della maternità, la popolazione più abbiente non risentirà della decisione, vista la possibilità di viaggiare a qualche centinaio di chilometri di distanza per ottenere un servizio sicuro a livello sanitario, quando tutte le donne con meno possibilità economiche saranno o costrette a portare a termine una gravidanza non voluta oppure a ricorrere a metodi di aborto clandestini e non sicuri sanitariamente. Questa seconda scelta, che può sembrare lontana da un paese occidentale e civilizzato come gli Stati Uniti, in realtà non lo è: l’Agoc, ovvero “American College of Obstetricians and Gynecologists” afferma che oltre 1,2 milioni di donne hanno abortito illegalmente negli USA prima della Roe v. Ware, e che più di cinquemila tra queste siano decedute10. I numeri sono poi crollati drasticamente, ma ora, essendo di colpo tornati indietro di 50 anni, si teme lo stesso identico risultato: un numero di aborti addirittura maggiore (si veda a proposito questo report dell’istituto Guttmacher11), ma solo molta meno sicurezza. Il presidente americano Joe Biden ha assicurato che la sua amministrazione proteggerà l’accesso ai farmaci approvati dall’FDA per la contraccezione e l’interruzione di gravidanza12. Interessanti da questo punto di vista le relazioni dell’ex presidente Donald Trump, considerato corresponsabile della vicenda vista la sua nomina di ben 3 giudici della Corte, tutti favorevoli alla decisione di abolire la sentenza, il quale ha affermato che “la decisione vuol dire seguire la Costituzione e restituire i diritti. È la volontà di Dio”13. Tra il coro di dissenso dei leader mondiali (Johnson, Macron, Trudeau e persino Guterres14) e di organizzazioni internazionali 15 16, e tra i cauti plausi del Vaticano17 e dei conservatori, spicca il silenzio di Mario Draghi, il quale sulla questione non si è ancora espresso.


I giudizi di questa supermaggioranza conservatrice non sono ancora finiti, e numerosi casi aspettano ancora di essere esaminati dalla Corte. Se da un lato, il mondo conservatore urla alla vittoria dei propri valori, dall’altro il mondo liberal urla allo scandalo e teme che vi sia una escalation e che la Corte possa rivalersi su altri diritti. Per tutti questi motivi, siamo con le orecchie e gli occhi puntati verso l’altra parte dell’oceano, nell’attesa di sapere se le fratture istituzionali diventeranno ferite profonde o se rimarranno soltanto piccoli ricordi di un mondo passato.


Filippo Latino


Fonti:





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