Fare politica: una missione o una pretesa?

Può essere per alcuni sorprendente, se non strano, il fatto che per trattare del concetto di politica e della sua evoluzione nel corso dei secoli si dedichi spazio al pensiero di Dante Alighieri (1265 – 1321), il più grande poeta italiano di tutti i tempi. Egli viene associato solitamente a Beatrice, donna da lui amata e celebrata in più scritti, oppure alla “Divina Commedia”, opera che in genere non viene collegata in modo immediato alla politica.


In verità Dante fu un uomo politico molto attivo e assunse anche le cariche più importanti della sua città, Firenze: nel 1296 egli entrò a far parte del Consiglio dei Cento, la più importante istituzione amministrativa fiorentina, e nel 1300 fu eletto tra i Priori, organismo principale di governo della città. In anni tormentati dagli scontri tra le varie fazioni fiorentine e dall’ingerenza del potere papale, Dante stesso sarà vittima dei tumulti dell’epoca e verrà condannato all’esilio nel 1302, in seguito alla salita al governo dei suoi avversari.


La politica, dunque, riveste un ruolo di primo piano anche nel suo pensiero e nella sua produzione letteraria. Egli ha affidato l’esposizione della sua visione politica addirittura ad un trattato, il “De monarchia”, composto in latino e indirizzato alla classe dirigente a lui contemporanea. Diviso in tre libri e impostato come un trattato scientifico, esso ha lo scopo di rispondere a tre domande fondamentali:

  • È necessaria la monarchia?

  • La monarchia universale deve essere quella del popolo romano?

  • L’autorità del monarca dipende direttamente da Dio?

Sembrano domande lontanissime dal nostro mondo, tuttavia si possono trarre interessanti spunti di riflessione anche da questo scritto (altrimenti Dante non sarebbe Dante, no?). Soffermeremo la nostra attenzione sull’inizio, già di per sé significativo:


«A tutti gli uomini cui la natura superiore ha dato un impulso ad amare il vero, questo sembra debba premere più di ogni cosa, che, com’essi si sono arricchiti delle fatiche degli antichi, altrettanto debbono adoperarsi a pro di chi verrà dopo, onde anche la posterità s’abbia ad arricchire dei loro sforzi. Giacché non v’è alcun dubbio che vien meno al suo dovere chi, nutrito di insegnamenti concernenti la vita pubblica, non si cura di recare qualche contributo al comune benessere: […]».


Dante motiva la stesura del suo trattato facendo riferimento innanzitutto alla responsabilità dell’individuo nei confronti della società. Con un richiamo al pensiero di Aristotele, secondo cui il fine supremo degli uomini è il sapere e ciascuno in base alle proprie possibilità e capacità deve contribuire al bene della comunità, Dante sostiene che coloro che hanno avuto da Dio la possibilità di istruirsi e di giungere ad un sapere più elevato hanno il dovere di trasmetterlo ai posteri e di contribuire al “comune benessere”. Egli si scaglia contro coloro che non mettono al servizio della comunità il proprio sapere perché in questo modo essi non arrecano alcun vantaggio né ai contemporanei né ai posteri.


Dante si identifica senza dubbio in coloro che hanno di più e sanno di più, e proprio per questo motivo è sua premura impegnarsi prima nella vita politica della sua città e poi scrivere questo importante trattato. Nella sua visione la differenza di conoscenze e possibilità che esistono tra le persone, e che sarebbe irrealistico negare, va al passo con una differenza di responsabilità: se si ha di più, si deve dare di più, nella misura in cui quello che si ha è in fondo donato. Solo così si possono colmare le differenze, perché coloro che ne hanno la possibilità lavorano e si adoperano anche per coloro che non ce l’hanno.


Siamo ancora sicuri del fatto che il trattato di Dante sia così lontano dalla nostra realtà? Le sue parole oggi sembrano, in effetti, fuori da ogni schema. Viviamo in una società figlia di uno spiccato individualismo, dove si tende a dire più “io” che “tu” o “grazie”. Il fare politica non è in genere visto come una sorta di dovere o di missione, ma come un’opportunità per sé stessi e per imporre le proprie idee. Chi ha di più, lo ha esclusivamente per un proprio merito, e non deve nulla, o quasi, alla società in cui vive né tantomeno a chi gli sta accanto.


Se questa sia la strada giusta sarà probabilmente il tempo a deciderlo, ma una cosa è certa: mai come oggi ciò che ha scritto Dante secoli fa ha ancora molto da dire.


Sofia Barletta


  • Manuale “Rosa fresca aulentissima – Dalle origini a Boccaccio” di C. Bologna e P. Rocchi, Loescher.


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Legnano, 20025, Italia

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