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Donne in carcere: mostrare l'invisibile

Di carceri, in Italia, si parla ancora troppo poco, come se fossero un mondo a parte che non ci riguarda minimamente. Le condizioni delle strutture detentive, in realtà, hanno un profondissimo impatto anche su ciò che succede al di fuori delle loro mura: dotare i detenuti di strumenti ricreativi, di spazi di dialogo e di competenze è fondamentale per il loro reinserimento funzionale nella società, specialmente per ridurre il rischio di recidiva. Un carcere esclusivamente punitivo ed opprimente non può che fare un ulteriore danno alla psiche dei detenuti, in quanto non vedono i propri bisogni ascoltati e le proprie aspirazioni alimentate.


Se di prigione non si parla mai abbastanza, all’interno delle stesse carceri esistono storie, aspirazioni e corpi più invisibili di altri: parliamo delle donne, che rappresentano circa il 4% della popolazione carceraria italiana (dati DAP). Le quattro carceri esclusivamente femminili presenti sul territorio italiano (a Trani, Pozzuoli, Roma e Venezia) ospitano 599 donne, pari a un quarto del totale. Gli altri tre quarti, circa 1800 donne, sono detenute nelle 44 sezioni femminili delle carceri miste, in cui costituiscono una minoranza rispetto alla popolazione detenuta maschile.


È proprio in virtù di questa marginalità che è necessario fare luce sulle condizioni delle donne nelle carceri, evitando che le loro storie e i loro bisogni rimangano invisibili agli occhi del grande pubblico, già poco interessato alla questione carceraria nel suo complesso. A questo proposito, un’analisi delle strutture carcerarie, dell’accesso a beni e servizi e della reperibilità del personale carcerario è lo strumento più adatto a comprendere se esista o meno (e se sì, in quale ambiti e forme) una disparità tra uomini e donne all’interno del nostro sistema detentivo. Questo tipo di ricerca viene svolto da anni dall’Associazione Antigone, che si occupa di monitorare in modo molto dettagliato il trattamento dei detenuti e le condizioni delle strutture detentive in Italia. L’intento, qui, è quello di utilizzare questo preziosissimo lavoro per riflettere su alcuni punti salienti, riaffermando la necessità di fare luce sulla questione femminile in carcere. Tutti i dati riportati si riferiscono a indagini di Antigone sul 2022.


Un primo spunto, apparentemente sconnesso dal tema di questo articolo, riguarda il periodo di costruzione delle strutture detentive. Come riportato da Antigone, il 55% degli istituti che ospitano donne sono stati costruiti dopo il 1980, mentre solo il 31% degli istituti solo maschili è di costruzione così recente. Da questo dato deduciamo che le donne, in media, godono di carceri più moderne rispetto agli uomini, potendo quindi accedere a spazi meglio organizzati, più tecnologici e attrezzati. Tuttavia, a questo vantaggio corrisponde un effetto collaterale: tendenzialmente, gli istituti più recenti vengono realizzati fuori dal contesto urbano, nelle periferie; questo li rende meno raggiungibili sia dai parenti di chi vi è detenuto e sia da figure potenzialmente importanti per i carcerati, come educatori, volontari e medici. Questa maggiore lontananza dagli affetti e da figure di supporto rischia di tradursi in un peggioramento dell’esperienza detentiva dei detenuti, specialmente per quanto concerne il percorso di risocializzazione, un fattore chiave per il loro corretto reinserimento nella società. 


Per quanto concerne le condizioni delle celle, invece, non ci sono grandi differenze tra uomini e donne. Anche dal tasso di affollamento delle celle (115% per le donne e 113,7% per gli uomini) non si notano differenze sostanziali.


Se la costruzione degli edifici genera un divario che sfavorisce, statisticamente, le donne detenute, per quanto concerne la salute e il trattamento medico la situazione si fa più complessa. La differenza più evidente risiede nell’accesso al servizio medico 24 ore su 24, che è presente nel 75% degli istituti che ospitano donne e nel 61% di quelli che ospitano solo uomini. Anche per quanto concerne l’erogazione del servizio di psichiatria, le donne trovano statisticamente meno ostacoli degli uomini: nelle carceri che ospitano donne, per ogni 100 presenze vengono erogate 11 ore di assistenza, che si riducono a 7 negli istituti che ospitano solo uomini (numeri analoghi sono ravvisabili nell’erogazione del più semplice sostegno psicologico). Questa sproporzione non è, tuttavia, arbitraria o casuale. I dati ci mostrano chiaramente come le donne, in carcere, tendano a soffrire di disagi psichici maggiormente rispetto agli uomini: per esempio, fanno uso di psicofarmaci il 63,8% delle detenute e il 41,6% dei detenuti. Il divario è ancora più accentuato se si considerano i comportamenti autodistruttivi: nel 2022 le detenute che sono ricorse ad autolesionismo sono state il 31%, il doppio rispetto agli uomini; oltre a questo, il 3,7% delle detenute ha tentato il suicidio, a fronte dell’1,6% di uomini. Queste percentuali sono altissime, ed è necessario comprendere in quale misura siano dipendenti dalle condizioni vissute in carcere per poter migliorare le cose, anche in termini di divario di genere: potrebbe essere, infatti, la condizione di minoranza in cui si trovano le donne nelle carceri miste a rendere più complesso e traumatico l’adattamento alla vita da detenute. 


Per quanto concerne i servizi di ginecologia e ostetricia, la situazione è certamente migliorabile: il servizio di ginecologia è presente nel 66,7% delle carceri che ospitano donne, mentre quello di ostetricia è presente nel 31,8% dei casi. Laddove sono assenti, in caso di necessità si chiama uno specialista esterno, quindi non si è totalmente sprovvisti del servizio; il dover ricorrere a specialisti a chiamata, tuttavia, rende l’accesso ai loro servizi molto dipendente dalle contingenze, e quindi suscettibile a ritardi e imprevisti. 


Nonostante i dati possano sembrare, a tratti, poco preoccupanti, occorre ricordarci che dietro le statistiche si nascondono sempre singole storie di singole persone. Sono tantissime le testimonianze, anche riportate da Antigone, che riportano una grave disparità di trattamento tra uomini e donne all’interno del carcere, su uno sfondo di celle fatiscenti, pessime condizioni igieniche e di sovraffollamento (in violazione di diverse sentenze della Corte Europea). Una detenuta anonima uscita da un carcere misto, per esempio, racconta di una generale carenza di educatori e psicologi, con il loro conseguente indirizzamento alle sole sezioni maschili, ben più popolose; in questi casi, la marginalità numerica delle donne finisce per rendere il loro trattamento e la loro cura meno prioritari rispetto a quelli degli uomini, lasciando le detenute senza supporto un educativo, psicologico e psichiatrico, con conseguenze devastanti sulla loro psiche e sul loro percorso di rieducazione. Testimonianze come queste ci fanno ben capire come, a prescindere dalle statistiche, nei casi di istituti con meno risorse sono le donne a fare maggiormente le spese della noncuranza delle istituzioni, che hanno sempre tenuto fuori le carceri dalle proprie priorità. Come migliorare le cose, alla luce di tutto questo? Nel nostro piccolo, possiamo solo chiedere alle istituzioni e alla nostra classe politica di occuparsene di più, superando slogan e semplificazioni, per dare finalmente agli ultimi, ma soprattutto alle ultime, l’attenzione e la cura che meritano.


Marco Centomo


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