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Da 77 anni le penne scrivono: la letteratura dell'atomica

Nel maggio del 1945 il secondo conflitto mondiale era ormai sul finire: dopo la resa incondizionata della Germania e la liberazione dalle ultime resistenze della Repubblica di Salò in Italia rimanevano solo da combattere le ultime decisive battaglie contro il Giappone.

Gli Stati Uniti il 6 e 9 agosto 1945 dunque sganciarono le bombe atomiche “Little Boy” e “Fat Man” sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, radendole al suolo e causando quasi duecentomila vittime, costringendo così il paese alla resa.


Sono passati già 77 anni dalla tragedia che ha posto fine alla Seconda Guerra Mondiale, e le celebrazioni in memoria di questo avvenimento non fanno che dimostrare anno dopo anno il suo peso storico. Il sentimento di dolore e tragedia che si è creato di conseguenza ha trovato tuttavia una possibilità di espressione: la letteratura. Essa, come ogni altra forma d’arte, ha da sempre dimostrato di essere un efficace mezzo di espressione per l’urgente sentimento di denuncia di quanti sono costretti a vivere situazioni tragiche e disastrose.


Nel caso della storica catastrofe in questione, questo sentimento di denuncia è sfociato nella creazione di un vero e proprio genere letterario, chiamato “letteratura della bomba atomica”.

Nata in Giappone, la corrente letteraria raccoglie scritti, diari e poesie riguardanti i disastrosi bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Gli autori sono molteplici, e si dividono in tre generazioni distinte, in base alle modalità con cui si sono approcciati alle catastrofi.

La prima generazione raccoglie opere scritte nell’immediatezza dell’avvenimento, spesso da autori dilettanti, in grado tuttavia di portare testimonianze dirette e personalmente sofferte. L’opera più famosa di questa prima fase è “Città di cadaveri” di Tamiki Hara e Yoko Ota.

La seconda generazione, costituita da scrittori che non hanno vissuto in prima persona la vicenda, raccoglie testi caratterizzati da un’elaborazione artistica più distaccata, che permette di sviluppare argomentazioni anche critiche sulle cause e conseguenze politiche e sociali della tragedia. Un noto esempio è lo scritto “La pioggia nera” di Masuji Ibuse.

La terza generazione di scrittori, quella più vicina ai nostri giorni e dunque definita “post-nucleare”, si concentra su riflessioni volte al futuro. Tali autori guardano alla vicenda con uno sguardo più aperto e cosmopolita, andando oltre il preciso riferimento storico e geografico per stimolare il lettore a tracciare dei parallelismi con la contemporaneità. Tra questi testi è importante ricordare “Note su Hiroshima” di Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994.


Nelle due generazioni più recenti di scrittori, che guardano quindi all’avvenimento con uno sguardo più critico e meno cronachistico, è possibile riconoscere quell’urgenza di parlare del cosiddetto “equilibrio del terrore” che caratterizzò tutto il periodo successivo della Guerra Fredda.

Questo sentimento di paura è ai giorni nostri assimilabile all’incubo del conflitto nucleare che è tornato ad angosciare il mondo con l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia: il paragone critico suggerito dalla lettura di questi testi è quindi oggi quasi inevitabile.


Il grande valore di testimonianza che porta con sé il movimento della letteratura della bomba atomica è paragonabile con la poesia del primo Novecento, legata alla Grande Guerra, in particolare agli scontri avvenuti sul Vecchio Continente. Autori come Brooke o Owen, i cosiddetti “War Poets”, o lo stesso Ungaretti nella tradizione italiana, hanno caricato brevi versi composti sul fronte di un personale sentimento di sofferenza e miseria, molto simile a quello che ha mosso gli autori della prima generazione a raccontare la catastrofe. L’obiettivo di testimonianza è sempre accostato ad uno di impegno sociale, sempre più evidente nel periodo dei totalitarismi con autori come Orwell o Montale, ed assimilabile allo stile degli autori della seconda e terza generazione.

Con il duplice scopo di esternare il peso di una sofferenza, e di dare testimonianza ai posteri, gli scrittori hanno dunque ancora una volta lasciato un segno, e spinti da una sensazione sia di responsabilità sociale che di umana necessità hanno garantito la possibilità di stupire e inorridire di fronte a tali catastrofi.

Ciò che la creazione di tale corrente ha causato non è solo la dimostrazione del peso tragico che l’evento porta, ma anche la possibilità di porsi in modo critico di fronte alla questione e alle sue conseguenze, con uno sguardo volto anche al confronto con le vicende che ci riguardano più da vicino.


Giulia Tirinnanzi


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