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COP 27: punto di svolta o l’ennesima promessa?

Aggiornamento: 12 apr 2023

Giugno 1992, Earth Summit, Rio de Janeiro, Brasile, 178 Stati, un unico obiettivo: ridurre l’emissione dei gas che causano il riscaldamento globale. Nella Conferenza la voce è unanime e il trattato “The United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC)” sancisce soluzioni efficaci. Lo spirito è ottimista.


Novembre 2022, COP 27, Sharm el-Sheik, Egitto, 197 Stati. Lo spirito è cambiato. Sono passati esattamente 30 anni, eppure il riscaldamento globale persiste. Come mai gli obiettivi preposti non sono stati raggiunti? Potevamo fare di più? Si può ancora fare qualcosa? Cos'è successo nel frattempo?


Nel frattempo si sono tenute ben 26 Conferenze delle Parti (COP); ogni anno e in differenti angoli del mondo:

Marzo 1995, COP 1, Berlino, Germania

Luglio 1996, COP 2, Ginevra, Svizzera

Dicembre 1997, COP 3, Kyoto, Japan

Novembre 1998, COP 4, Buenos Aires, Argentina

Ottobre 1999, COP 5, Bonn, Germania

Novembre 2000, COP 6, The Hague, Netherlands

Luglio 2001, COP 6-2, Bonn, Germania

Ottobre 2002, COP 8, New Delhi, India

Dicembre 2003, COP 9, Milan, Italy

Dicembre 2004, COP 10, Buenos Aires, Argentina

Dicembre 2005, COP 11, Montreal, Canada

Novembre 2006, COP 12, Nairobi, Kenya

Dicembre 2007, COP 13, Bali, Indonesia

Dicembre 2008, COP 14, Poznan, Polonia

Dicembre 2009, COP 15, Copenhagen, Danimarca

Novembre 2010, COP 16, Cancun, Messico

Novembre 2011, COP 17, Durban, Sud Africa

Novembre 2012, COP 18, Doha, Qatar

Novembre 2013, COP 19, Varsavia, Polonia

Dicembre 2014, COP 20, Lima, Peru

Novembre 2015, COP 21, Parigi, Francia

Novembre 2016, COP 22, Marrakech, Marocco

Novembre 2017, COP 23, Bonn, Germania

Dicembre 2018, COP 24, Katowice, Polonia

Dicembre 2019, COP 25, Madrid, Spagna

Novembre 2021, COP 26, Glasgow, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord

Novembre 2022, COP 27, Sharm el-Sheikh, Egitto.


Eppure più il tempo passa, più conferenze si tengono, più il grido della Terra si fa feroce: inondazioni, siccità, incendi, scioglimento dei ghiacciai polari. Chiaro è ormai che si tratta di un processo inarrestabile, anche i governi lo sanno bene. Non c’è più tempo da perdere.


Riaffermato l’impegno nel limitare la temperatura globale a 1,5 C, la proposta che sorge durante l'ultimo incontro è di carattere economico: creare un fondo per la Giustizia Ambientale. In questa situazione di “Loss and Damage” (perdita e danni, termine utilizzato per indicare come gli effetti del cambiamento climatico stiano già cambiando profondamente intere società) il piano prevede il risarcimento dei danni causati dalla degenerazione climatica da parte dei maggiori responsabili. Si tratta sicuramente delle potenze Occidentali, ma non solo. Ultimamente anche i Paesi in via di Sviluppo (oltre ad avere contribuito all’inquinamento, seppur in quantità minime), proprio per via del processo di crescita, hanno iniziato ad avere un peso rilevante nelle emissioni globali. Tuttavia, la sollecitazione del fondo è fortemente sostenuta proprio da questi ultimi poiché essendo in via di sviluppo necessitano di ulteriori strumenti per far fronte ad eventi climatici scatenanti, come sta accadendo in Pakistan per esempio. Infatti, è dal 14 giugno che il Paese si trova impegnato a fornire un riparo, secondo i dati dell' UNHCR, a più di 7,6 milioni di persone che da un giorno all'altro si sono ritrovate travolte da devastanti alluvioni e inondazioni.


Gli obiettivi si realizzeranno o sarà l’ennesimo fallimento?


Sicuramente non mancano profonde contraddizioni, a partire dall'assenza di importanti leader mondiali tra cui il presidente cinese Xi Jinping, il primo ministro dell’India Narendra Modi, il primo ministro dell’Australia Anthony Albanese e Justin Trudeau, primo ministro del Canada.


Inoltre, le aspettative sono più basse, quasi inesistenti, poiché la condizione di crisi che è sempre più vicina a diventare una catastrofe climatica, sta piano piano sparendo dell'attenzione quotidiana. Prima le multinazionali, poi la sovrapposizione degli squilibri geopolitici.


I dati del centro studi Carbon Tracker mostrano che fino al 2030 le dodici aziende energetiche più grandi del mondo investiranno 387 milioni di dollari al giorno in giacimenti di petrolio e di gas. Esse, in continua espansione, rischiano di portare la civiltà sull’orlo del precipizio, poiché causerebbero l’emissione di 646 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e, secondo lo studio di Kjell Kuhe dell’università di Leeds, esaurirebbero così l’intero bilancio di anidride carbonica mondiale. La ExxonMobil e la Gazprom, per esempio, hanno piani di espansione a breve termine giganteschi e nei prossimi sette anni provvederanno ad estrarre 192 miliardi di barili di petrolio, pari a dieci anni delle attuali emissioni della Cina.


Questo avviene molto spesso al di fuori del consenso governativo che, soprattutto nel 2022, è occupato in questioni relativamente più urgenti: il conflitto russo-ucraino, e la conseguente corsa al rincaro dell’energia, le elezioni mid term americane, il G2O a Bali, la World Cup.


E come la crisi climatica scala nella lista delle faccende mondiali, così accade nella realtà quotidiana.

Se la COP 26 è stata seguita con attenzione dai media e dunque dalla popolazione, ora che i giornalisti hanno avuto le mani legate e l’accesso a circa 700 siti web è stato negato, il cambiamento climatico non è più una priorità quotidiana dei cittadini del mondo. Infatti, Richard Pearshouse, direttore ambientale del Human Rights Watch, in un’intervista al Guardian rivela che il regime egiziano è riuscito a silenziare gli ambientalisti indipendenti del Paese e quindi a evitare la diffusione di allarmismo e pressione sulla società civile, strumento invece fondamentale per ottenere l'urgente e necessaria azione climatica.

In realtà il problema ambientale è recentemente tornato a fare notizia. Numerosi sono gli attivisti che si fanno sentire attraverso proteste del tutto originali: lanciare barattoli di zuppa, vernice, verdura e colore sulle grandi opere di Monet, Van Gogh, Constable, Boccioni, Vermeer, Goya, persino l'inimitabile Bmw M1 di Andy Warhol.


Ma è davvero questa la soluzione?


“Il mondo può decidere di andare verso una solidarietà sul clima oppure rischia un suicidio collettivo". E ancora: "Il mondo è su un'autostrada verso l'inferno climatico con il piede sull'acceleratore e l'unico modo per porre fine a tutta questa sofferenza è scegliere di collaborare.” Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, con queste parole ci ricorda ancora una volta come l’unico modo per raggiungere un futuro migliore sia vincere la disinformazione e l’indifferenza, insieme.


Viola Ciovati


Fonti:







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