Amanda Gorman e i traduttori bianchi: uno scandalo prevedibile?

It is not my cup of tea. Sembra una frase semplice da tradurre. “Non è la mia tazza di tè”, come per un malinteso durante la colazione o alle cinque di pomeriggio. Eppure, il significato è più complesso. Con la stessa espressione, infatti, in inglese si comunicano disagio e inadeguatezza. “Non sono a mio agio”, per trovare un equivalente italiano. Ecco il dilemma del traduttore. A lui tocca scegliere, districandosi tra contesti e ambiguità di significato. Ed è sul suo ruolo che l’editoria europea si sta interrogando.

I fatti

Amanda Gorman, poetessa afroamericana famosa per l’intervento all’inaugurazione di Biden, sbarca in Europa con la raccolta The hill we climb. In Spagna e nei Paesi Bassi, la traduzione dell’opera è assegnata a due persone bianche. Da qui, una parte del mondo culturale insorge. Non sono adeguate, dicono, per cogliere il significato di un’autrice nera. Bisogna trovare un profilo diverso: “donna, giovane, attivista e preferibilmente nera”, si è sentito dire uno dei traduttori in questione, Victor Obiols. Le case editrici affidano l’incarico a esperti più consoni e il dibattito si scatena.

Fra traduzione e interpretazione

Partiamo da un punto: la traduzione è anzitutto un atto tecnico. Si tratta di traslare un testo da una lingua a un’altra, rimanendo fedeli il più possibile al significato. Il traduttore, quindi, si presenta come un mediatore tra autore e lettore, il cui lavoro è tanto più efficace quanto meno si nota. Nella sua missione di costruire ponti tra le culture, tradurre è anche esercizio di democrazia. Rende fruibile un testo a chi non potrebbe comprenderlo, arricchisce lo sguardo con esperienze altrimenti precluse. Sembrerebbe tutto risolto. Qualsiasi persona sufficientemente erudita sarebbe in grado di tradurre ogni tipo di testo. Perché, quindi, Obiols e altri sono stati giudicati inidonei?

Nella pratica, l’idea di un traduttore neutro cade. Tradurre significa anche interpretare. Come persona dentro i fatti, egli riflette la sua individualità nella mansione. Riversa il suo punto di vista e deforma l’opera originale. Qui sta il cuore della questione. La parzialità, per quanto necessaria, non può tradire il messaggio originale. Si presenta il bisogno di una comunanza ideologica, identitaria, politica tra chi scrive e chi interpreta. È legittimo pensare che chi appartenga a un retroterra culturale possa tradurre meglio. Ecco allora scatenarsi la polemica.

La minoranza chiusa (e rumorosa)

Una contraddizione appare evidente. La decisione di allontanare per appartenenza etnica, invece che per mancanza di competenza, costruisce nuove barriere all’ingresso. A priori, si nega la capacità degli individui di provare empatia per altri. Con il paravento dell’inclusione, si dipinge un’umanità parcellizzata, in cui il dialogo è impossibile e talvolta non auspicabile. Tante camere di eco vanno creandosi, estremizzando il dibattito, tagliando i ponti che la Gorman stessa propone di costruire.

Tuttavia, non è un inciampo. Si tratta di un fenomeno endemico nel dibattito culturale. Alimentato dalle dinamiche social, le minoranze si chiudono e fanno rumore. È la legge spietata dei numeri: tanti più numeri, tanti più guadagni. Il frastuono a suon di click e condivisioni detta l’agenda, specie per chi fa impresa. Nel momento in cui l’estremismo prende questo potere, il dibattito muore.

Escludere per fidelizzare. I pochi rumorosi cercano il nemico, a ogni costo, per imporre la propria identità. Il politicamente corretto, pur partendo da rivendicazioni legittime, si sta avvicinando a posizioni estreme. Un’ossessione iper-morale rompe la giusta distanza, necessaria per comprendere una qualsiasi opera. Si dimentica che i contesti sono unici, non replicabili, e che le nostre coordinate di valori non sono assolute.

Questo caso è solo un sintomo. La cultura deve sbrogliare le incongruenze e imparare ad escludere gli estremismi. Ma non ci sarà nessun cambiamento finché la maggioranza che legge, ma non parla, non farà valere il suo ruolo.


Michele Candiani

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