AL DI LÀ DELL’ITALIA: ANALISI DEI MODELLI DI GESTIONE DELLA PANDEMIA ASIATICI ED EUROPEI



La lotta al Covid-19 è l’argomento che sta più impegnando la comunità scientifica internazionale negli ultimi tempi, anche perché per alcuni Paesi la crisi dovuta al Covid-19 risulta essere la più gravosa di tutti i tempi. Passeremo ora in rassegna i modelli di gestione della pandemia più notevoli adottati dai diversi Stati di Asia ed Europa per evidenziarne i punti di forza e di debolezza.


Partendo dai modelli asiatici, e in particolare da quello cinese, bisogna subito constatarne la capillarità. Fin dagli inizi della pandemia l’Asia è sembrato il continente più capace di controllare la diffusione del contagio. Oltre che la Cina, Stati asiatici come il Giappone e la Corea si sono impegnati nella sorveglianza digitale dei cittadini. Su tutti, la Cina ha adottato un modello di sorveglianza digitale che ha di fatto permesso una valutazione completa ed efficace dei comportamenti delle persone. Oltre a ciò, nella provincia dell’Hubei e nella città di Wuhan il governo ha predisposto una quarantena militarizzata.

Seppure un modello di tale capillarità possa sembrare assai discutibile per la sua coercizione e per i problemi legati alla privacy, il rispetto delle norme da parte dei cittadini ha reso il modello cinese uno dei più virtuosi. Infatti, da epicentro del contagio mondiale, la Cina ad oggi si colloca intorno all’undicesima posizione tra i Paesi del mondo per numero di positivi. Al momento in Cina hanno riaperto pressoché tutte le attività, anche se sono svolte ancora con massime precauzioni; rimangono ancora chiuse scuole e università.


Quanto alla Corea del Sud, è stata utilizzata una tecnologia che ricorda in parte il modello cinese. È stata creata un’app governativa chiamata “Corona 100m”, con cui sono stati resi pubblici gli spostamenti dei cittadini positivi al Covid tramite GPS e telecamere di sorveglianza, andando a creare una vera e propria mappa. L’app avvisa gli utenti quando ci si trova a 100 metri di distanza da un positivo e permette di segnalare le violazioni della quarantena alle autorità competenti. Anche questo modello si è rivelato efficiente per la riduzione del contagio.


Spostandoci in Europa, in Paesi scandinavi come la Danimarca e la Finlandia la strategia vincente adoperata dai governi è stata quella di mettere in atto misure di prevenzione con notevole anticipo: in Danimarca lo stato di emergenza è stato dichiarato molto presto, quando mancava ancora una prima vittima; invece in Finlandia l’emergenza è cominciata ufficialmente quando il numero di contagi ha superato il centinaio.


La Germania invece è uno Stato che ha mantenuto piuttosto basso il rapporto fra positivi e morti, contando circa 8.400 decessi su circa 180.000 casi (fonte: OMS). Ad ogni modo, il modello tedesco è stato predisposto fin da subito ed è stato efficace: ci sono stati test di massa rapidi e l’interruzione delle attività è cominciata da marzo.


Un modello sicuramente più controverso è stato quello adottato dalla Svezia, che ha scelto per un approccio meno restrittivo promosso dall’epidemiologo di Stato Anders Tegnell. Da marzo la Svezia si è trovata in una sorta di “lockdown volontario”: la gran parte delle attività è rimasta aperta, mentre lo Stato non ha imposto divieti cogenti, se non quello di assembramenti pubblici per più di 50 persone. Il governo ha fatto principalmente affidamento al senso di responsabilità della comunità, fornendo di fatto solo delle raccomandazioni ai cittadini svedesi. Ad oggi, i decessi in Svezia ammontano a circa 4.000 unità su un totale di circa 33.400 casi confermati (fonte: OMS). Il numero di morti in Svezia supera di netto quello degli altri Paesi scandinavi, anche se molti decessi in Svezia sono avvenuti nelle case di riposo, quindi per motivi legati solo in parte al mancato lockdown. C’è poi da dire che nel territorio svedese si è effettuato il numero più basso di tamponi fra tutti i Paesi nordici: solo 20,78 su 1.000 abitanti.

Le critiche avanzate a questo modello sono molteplici, e vertono essenzialmente su aspetti economici e sanitari. Se è vero che a marzo il PIL svedese ha perso solo lo 0,3% contro il valore medio dell’Eurozona del 3,8%, secondo gli economisti è altamente improbabile che la Svezia non risentirà degli effetti della crisi nel lungo periodo, soprattutto perché si tratta di una crisi dell’economia globale. Altre riserve sono quelle espresse in merito ad un’eventuale seconda ondata di contagi: l’obiettivo del raggiungimento dell’immunità di gregge, seppur non dichiarato, è ancora molto distante dalla situazione reale.


Michele Zarif













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