Nel dubbio? Tagliamo l'istruzione

“Credo che sia l’unica bambina d’Italia che piange per andare a scuola [...] Questa povera figlia evidentemente è una OGM, è stata cresciuta dalla mamma con il latte al plutonio”.


Queste le graffianti parole con cui Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, ha commentato durante una delle sue teatrali dirette la decisione di chiudere le scuole di ogni ordine e grado nella regione: dopo la chiusura di scuole primarie, secondarie e Università decisa il 16 ottobre 2020, ha confermato la sua presa di posizione il 30 dello stesso mese con un’ulteriore stretta, quella di nidi e scuole materne. Com’è ben noto però, le sue facili ironie non hanno certo fermato il già acceso dibattito che si è creato negli ultimi mesi sulla figura delle scuole nel contesto della pandemia da COVID-19, ma forse lo hanno addirittura esasperato; sul tema non si sono fatte attendere né le critiche dalle diverse parti politiche, dalla Ministra Lucia Azzolina e Matteo Renzi per la maggioranza di governo, fino a Matteo Salvini e Giorgia Meloni per l’opposizione, né il ricorso al Tar da parte dei genitori degli studenti campani, poi successivamente respinto con tre decreti pubblicati in data 9 novembre 2020. Anche dopo l'entrata in vigore del DPCM 3 novembre e la collocazione della Campania nella “zona gialla”, nella quale la didattica a distanza è prevista solo per le scuole superiori, l’ordinanza regionale non è stata comunque revocata. Solo con l’avvento dei test rapidi presentati dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia, la regione Campania ha deciso di tornare sui suoi passi, e dal 24 novembre potranno così riaprire le scuole dell’infanzia e le elementari solo per le classi prime.


Le scelte di De Luca però, al pari delle decisioni di Puglia, Calabria e Basilicata, ci portano verso riflessioni più generali. Al di là delle numerose strumentalizzazioni partitiche cui la chiusura delle scuole è soggetta sin da quest'estate, e da giovani studenti universitari e delle superiori che per primi hanno sperimentato le diverse modalità della dad, ci sembra ora più che mai importante domandarsi: la didattica a distanza è una misura realmente necessaria per contenere il contagio? Ovviamente, non ci è dato sapere la risposta “esatta” a questa domanda, soprattutto alla luce della sua inesistenza, ma possiamo comunque indagare in questa direzione servendoci dei dati di cui attualmente disponiamo per cercare di avvicinarci in modo razionale alle risposte che più rispecchiano la realtà dei fatti.


Osservando la curva dei contagi (figura 1), parrebbe innegabile un diretto collegamento tra la riapertura settembrina delle scuole e il nuovo esplodere della pandemia: difatti, si è passati da una media di 1000 nuovi positivi giornalieri dei primi giorni di settembre, a una di 2800 nei primi giorni di ottobre fino ad arrivare a una media superiore ai 30.000 casi giornalieri nell’ultima settimana dello stesso mese. Anche il rapporto percentuale tra positivi e tamponi effettuati è cresciuto, passando dall’1,49% del 9/9 fino a raggiungere il 14,71% del 31/10 (ovviamente vanno considerate due variabili che possono distorcere questi dati: disuniformità nel conteggio del numero di tamponi effettuati dalle singole regioni e variazione dei criteri di scelta dei tamponati nel corso del tempo). Ciò che sembra dare più veridicità all’idea del cosiddetto “effetto scuola”, si può trovare nell’incredibile aumento di casi che si è verificato nella fascia d’età scolare: nella figura 2 si può facilmente notare la crescita esponenziale dei casi avvenuta durante la seconda ondata nella fascia 0-18 anni, cosa non avvenuta durante la prima, e anche nel report redatto dall’Istituto Superiore di Sanità pubblicato in data 11 novembre si può leggere: “dalla fine di settembre si evidenzia un considerevole incremento dei casi nelle fasce di età 0-18 e 19-50 anni, di cui molti asintomatici”.


Tutti questi dati sembrano consigliare che sia stata proprio la riapertura delle scuole ad averci portato alla drammatica e tragica situazione delle ultime settimane; eppure, la Ministra della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina, nei suoi commenti ai dati sul contagio nelle scuole, ha sempre negato che la scuola fosse un luogo di rilevante trasmissione : il 24 ottobre sulla sua pagina Twitter scriveva “ [...] I focolai a scuola nella settimana dal 12 al 18 ottobre sono solo il 3,5% di tutti i nuovi focolai che si registrano nel Paese. [...] la settimana precedente erano il 3,8%. Quindi il numero di focolai dentro le scuole è addirittura sceso”. Come si possono dunque spiegare questi contrasti così evidenti? Da un lato, i dati parlano chiaro: i contagi nelle scuole ci sono stati, e hanno rappresentato una parte importante dei numeri di questa seconda ondata (circa il 12,9% dei nuovi positivi dell’ultima settimana rientrano nella fascia 0-19). Dall’altro però, non si può nemmeno pensare di demonizzare la scuola: non si può infatti ignorare che, contestualmente alla riapertura delle scuole, col termine delle vacanze estive, sia ripartito l’intero sistema produttivo ed economico del nostro Paese, ed inevitabilmente anche questo è andato a costruire le basi per il successivo boom di contagi.


Hanno riaperto uffici, negozi e fabbriche, e questo non ha portato solamente ad una aumento della possibilità di creare assembramenti all’interno delle diverse imprese, dove il rispetto delle regole è demandato alla responsabilità dei singoli e dove, per ragioni diverse, si può ritenere utile evitare di rendere noti sintomi riconducibili al virus per evitare di essere costretti a chiudere le proprie attività, ma ha anche causato un congestionamento dei mezzi di trasporto pubblici; inoltre, se ai tanti lavoratori sommiamo anche i tanti studenti che utilizzano i trasporti pubblici per raggiungere le loro scuole, comprendiamo che la situazione può facilmente sfuggire di mano (come è accaduto). E se nelle città più piccole i mezzi di trasporto sono rimasti per niente o poco affollati, abbiamo tutti potuto vedere come nelle grandi città, quali Milano o Roma, si sono creati enormi ed inaccettabili affollamenti che sono stati perfetti ricettacoli per la diffusione del virus tra adulti e studenti. Soffermiamoci un attimo su quest’ultima immagine. Una domanda sorge spontanea: ma se uno studente contrae il virus mentre raggiunge la scuola, questo viene considerato tra i contagiati all’interno della stessa?


A questa domanda, però, risponderemo nella seconda parte di questo articolo, che verrà pubblicata settimana prossima. Non perdetevela!


Filippo Latino


Figura 1



Figura 2



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Legnano, 20025, Italia

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