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La crisi in Congo: dal 1994 a oggi

Le province orientali della Repubblica Democratica del Congo sono da tempo protagoniste di un’interminabile crisi politica e socio-economica che origina da sanguinosi conflitti etnici sfociati nel 1994 e dalle successive guerre civili nel Nord e Sud Kivu. Scontri che coinvolsero aree limitrofe di Ruanda e Uganda occidentale e i cui tragici strascichi raggiungono i tempi recenti. Ma quali sono, in un simile intreccio di corruzione, cupidigia, etnicismi e malapolitica, i fattori determinanti per la storia di questo Paese?


Il termine “scandalo geologico”, più volte utilizzato per definire la RDC, si trova al punto di partenza di ogni disquisizione. È, infatti, raro trovare una simile concentrazione di giacimenti minerari come in Congo. Non si tratta solo di oro, uranio, diamanti, cobalto e rame, ma anche di coltan, fondamentale per il funzionamento di telefoni GSM, computer e per la componentistica aeronautica. Questo universo di ricchezze è da anni preda dell’avidità di diversi gruppi ribelli che, grazie al finanziamento degli stati vicini quali Ruanda, Uganda e Burundi, saccheggiano e commerciano questi minerali, esportandoli nel mondo occidentale e creando così un fitto circolo di affari. Sullo sfondo si muovono dunque anche grandi potenze, come Stati Uniti, Francia e Cina.

A questo elemento centrale se ne possono collegare altri, riferiti a un contesto politico-culturale frammentato e in costante tensione, ma risulta chiaro come questi attriti religiosi e etnici siano spesso una facciata costruita solo per nascondere gli affari multimilionari che muovono i conflitti interni.

Nello specifico, a combattere da tempo nel Kivu sono, da un lato, l’esercito regolare congolese (FARDC) e, dall’altro, i ribelli ruandesi delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), stabilitisi nel Congo orientale quando, a seguito del genocidio del 1994, migliaia di estremisti Hutu, coinvolti nel massacro, fuggirono dal Ruanda. Nulla, nemmeno il tentativo di restaurazione della Pace a seguito della Seconda Guerra del Congo (1998-2002), riuscì a placare gli scontri che continuarono a gravare sulla popolazione. Nel 2009 la fisionomia dei conflitti cambiò, poiché gli eserciti regolari congolese e ruandese si allearono contro i ribelli dell’FDLR presenti nel Nord e Sud del Kivu, sferrando un’offensiva; tuttavia, anche questa volta non si raggiunsero gli effetti sperati e la sicurezza dei civili continuò a essere minata dai ribelli. Infatti, secondo il Rapporto compilato da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, le operazioni militari condotte dalle forze armate congolesi con il sostegno dell’ONU contro l’FDLR non sono state in grado di smantellare le strutture dell’organizzazione o, quantomeno, solo in parte. Ma a cosa imputare tutto ciò? All’inizio c’era la convinzione che la sproporzione rispetto alle forze regolari avrebbe condotto a una rapida sconfitta dei ribelli. Eppure, laddove si verificava una caduta di alcune basi dell’FDLR, in breve tempo tale gruppo riusciva a reclutare nuovi membri e a ricomporsi in altre aree, spesso con il supporto degli stessi alti ufficiali delle Forze Armate.


Qual è la portata della crisi umanitaria dovuta a questi scontri? Il Rapporto pubblicato da Human Rights Watch (HRW) il 13 dicembre 2009 evidenzia i diffusi attacchi ai civili, fornendo le prove dell’uccisione indiscriminata di oltre 1.400 individui tra gennaio e settembre 2009. Nello stesso periodo sono stati registrati, sia nel Nord che nel Sud Kivu, oltre 7.500 casi di violenza sessuale contro donne e bambini, il doppio rispetto all’anno precedente. Oltre agli assassinii, si sono verificati migliaia di rapimenti di innocenti costretti ai lavori forzati per il trasporto di armi e munizioni. Motivi che hanno spinto, nei primi nove mesi del 2009, ben 900mila persone a fuggire altrove, nella foresta o nei campi profughi.     

Un simile quadro venne ulteriormente aggravato da un alto tasso di povertà, dalla proliferazione di epidemie di colera e altre malattie proprio a causa dei movimenti di fuga dalla guerra e dal limitato accesso a servizi igienici, assistenza sanitaria e acqua potabile.


Tutt’oggi la fascia orientale del Congo rimane teatro di scontri che sembrano non avere mai una fine, ma oscillano tra fasi più o meno intense. Secondo un report pubblicato dal Congo Research Group sono circa 120 i gruppi armati attivi nell’Est del Paese. Eppure, non è questa la sola miccia che scatena violenze incontrollate: infatti, un documento delle Nazioni Unite del febbraio 2022 accusa i soldati congolesi di essersi macchiati di numerosi crimini contro l’umanità.

Recentemente l’associazione Medici Senza Frontiere ha reso noto come l’intensificarsi degli scontri stia riproponendo effetti devastanti sulle vittime ferite da armi da fuoco e esplosioni. Molti cercano riparo nei dintorni delle zone colpite dalla guerra, ma tanti altri si rifugiano negli ospedali in cerca di assistenza.

Non è facile immaginare l’epilogo di una vicenda che si ripete ormai da anni ma, come dice Tucidide, la storia è un 'κτῆμα ἐς αἰεί' (un possesso per sempre) e racconta, seppur in un’ottica pessimista, come la natura prima dell’uomo, in fin dei conti, sia sempre la stessa.


Siria Santangelo


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