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Il dominio statunitense nel commercio delle armi

Negli annali del commercio internazionale, poche industrie suscitano dibattiti e controversie quanto quella delle armi: un mercato che genera annualmente un giro d'affari di circa 500 miliardi di dollari. Tra i principali attori in questo settore, gli Stati Uniti emergono come  gigante e leader indiscusso che ormai, da molti anni, dominano il commercio bellico mondiale senza rivali.

Tuttavia, la portata e l'influenza di questo mercato vanno ben oltre la mera transazione economica, toccando questioni di stabilità nazionale, regionale  e dei diritti umani.


L’evoluzione della vendita di armi statunitensi

Per comprendere appieno l'importanza cruciale di questo mercato per gli USA votata a consolidare la propria egemonia militare, è cruciale esaminare e comprendere le sue radici.


Prima della Seconda Guerra Mondiale, le restrizioni sulle esportazioni delle armi erano informali, come quando nel 1932 il Corpo Aereo dell'Esercito costrinse la Boeing a non vendere il “Model 247" al Giappone. Gli atti pattuiti di neutralità degli anni '30 cercavano di evitare coinvolgimenti bellici in Europa e in Asia, ma a causa della grande depressione gli USA continuarono a esportare armi a poche nazioni con l'obiettivo di sfruttare, anche in minima parte, la grande remunerabilità di questo mercato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l'amministrazione Roosevelt affrontò sfide legali e politiche nell'aiutare il Regno Unito e l’URSS;  un esempio lo abbiamo quando violarono la legge nel 1940 consegnando mezzo milione di fucili in eccesso alla nazione inglese.


In sintesi, in questo periodo si iniziano a delineare i tratti embrionali di potenza militare quale gli Stati Uniti che, attraverso l’esportazione di armamenti (prima) e il coinvolgimento diretto nel conflitto (dopo), costruisce un’alleanza di nazioni designate al termine della guerra a dominare i destini del mondo negli anni a venire. Tuttavia, a seguito della sconfitta e l’eliminazione dell’asse Roma-Berlino-Tokyo, si delineano due nuovi blocchi che divideranno il mondo per molti anni a venire: il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e il blocco sovietico comandato dall’Unione Sovietica.


L'escalation della Guerra Fredda rappresenta una vera e propria “corsa agli armamenti": gli investimenti governativi nella ricerca e nello sviluppo di nuovi sistemi aumentarono in modo significativo, così come la richiesta internazionale di armamenti statunitensi. Di conseguenza, la rivalità tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica alimentò un'enorme crescita globale nel commercio delle armi. Durante questo periodo, gli USA utilizzarono la vendita di armi come elemento chiave della loro strategia difensiva in Europa occidentale e nella strategia politica di contenimento nei confronti dell'URSS e del comunismo.


Un altro punto di svolta nella storia delle vendite di armi degli Stati Uniti è stato l'approvazione dell'”American Export Controls Act” (AECA) durante l'amministrazione Nixon. Richard Nixon vedeva nei trasferimenti di armi un modo per mantenere il ruolo di leadership globale degli Stati Uniti senza l'invio diretto di truppe all'estero (come accaduto con la guerra in Vietnam). Nonostante ciò, l'approccio di Nixon ha portato ad una decuplicazione delle vendite di armi nei primi anni '70, suscitando preoccupazioni per la mancanza di trasparenza e controllo. Queste preoccupazioni spinsero il Congresso a promulgare l'AECA nel 1976, che formalizzò il ruolo dell'esecutivo nella negoziazione di vendite di armi estere e richiese la notifica al Congresso di vendite sopra una certa soglia. Tuttavia, l'AECA non limitò significativamente il potere della Casa Bianca sulle vendite di armi, mancando una supervisione effettiva da parte del Congresso.


Infine, è importante riflettere sugli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, i quali hanno causato ingenti danni materiali e umani, oltre che profondi traumi e rancori emotivi all’interno del popolo americano.

Contrariamente a quanto si possa pensare, il Dipartimento di Stato non ha introdotto sostanziali cambiamenti ai regolamenti sulle esportazioni di armi né ha proposto modifiche legislative in risposta ad una tale situazione emergenziale.

Secondo un funzionario di alto livello del Dipartimento di Stato, tali modifiche non sono state ritenute necessarie in quanto il sistema era già concepito per affrontare le minacce emerse dopo settembre 2001. Ma, a partire da questo momento storico e drammatico, il principale obiettivo delle vendite di armi degli Stati Uniti è stato quello di sostenere la lotta globale contro il terrorismo.


Ora che si sono delineati i principali momenti che hanno segnato la storia dell’export bellico americano, bisogna capire come oggi  gli Stati Uniti utilizzano il mercato delle armi per perseguire i loro obiettivi di politica estera.


Un vantaggio strategico per gli Stati Uniti?

“La prima e più importante regola del contrabbando d'armi è mai farsi sparare con la tua stessa merce”;  queste sono le parole pronunciate dal personaggio Yuri Orlov, interpretato dall’attore Nicolas Cage, nel film Lord of War. Ovviamente, gli Stati Uniti non utilizzano il contrabbando per vendere le armi ma in questa citazione si coglie la motivazione principale per cui una nazione potente come gli USA esporta armamenti in più di 100 paesi: il potere.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi: quali paesi ricevono armi dagli Stati Uniti?

Molto probabilmente, le prime nazioni a cui si penserebbe sono i paesi Nato; ebbene sì! Questi ultimi ricevono armamenti per rendere la loro difesa più forte possibile e prepararli ad una eventuale possibilità di intervento bellico congiunto.

Oltre ai paesi Nato, gli Stati Uniti inviano armi ad altri Stati alleati, come strategia di contrasto nei confronti di nazioni nemiche confinanti ovvero per promuovere la stabilità nella regione in cui si trovano.


In questo momento, gli Stati Uniti stanno mostrando un costante impegno nel sostenere l'Ucraina nel conflitto con la Russia, fornendo assistenza militare e sostegno politico. Questo supporto ha assunto diverse forme, tra cui l’invio di armi e attrezzature militari per rafforzare le capacità di difesa dell'Ucraina contro le incursioni russe.

Tra i principali piani di aiuto inviati ci sono stati forniture di armi letali, come missili anticarro e sistemi di difesa aerea, per migliorare le capacità difensive dell'Ucraina e contrastare le azioni ostili dello stato invasore. Questi aiuti sono  accompagnati da una cospicua assistenza finanziaria per sostenere le riforme nel settore della difesa e per promuovere la sicurezza e la stabilità nel paese. A tal proposito, il 24 aprile 2024 il Senato americano ha approvato in maniera definitiva un nuovo piano di aiuti dal valore di 95 miliardi di dollari destinati e suddivisi tra Israele, Taiwan e l’Ucraina. Di quei fondi, quest’ultima ha ricevuto 60,84 miliardi.


Fuori dall’Europa, gli Stati Uniti stanno offrendo armamenti avanzati a Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Australia in quanto mirano a bilanciare la crescente potenza cinese e a promuovere la stabilità regionale. Lo scopo è di utilizzare le vendite di armi agli stati del Sud est asiatico per spostare l'equilibrio di potere in favore degli interessi americani, contrastando la costante crescita egemonica cinese. Inoltre, gli Stati Uniti sono grandi fornitori di armi dei paesi del golfo, soprattutto l’Arabia Saudita. Nel 1974, gli USA hanno  siglato l'accordo dei petrodollari, in cui l'Arabia Saudita ha concordato di vendere petrolio esclusivamente in dollari americani  in cambio di supporto militare, sicurezza e sviluppo economico garantiti dagli Stati Uniti. Questo accordo ha ancorato il valore del dollaro alla domanda globale di petrolio, consolidando la sua posizione come valuta di riserva mondiale. Quindi, l'aumento delle esportazioni di petrolio saudita verso gli Stati Uniti, dopo il patto stipulato, ha reso la sicurezza dell'Arabia Saudita cruciale per Washington. Tuttavia, la forte dipendenza statunitense dal petrolio straniero ha portato, negli anni successivi, a iniziative per ridurre le importazioni ed aumentare la produzione interna di greggio. Durante questo processo, l'importanza dell'Arabia Saudita come mercato per gli Stati Uniti è diminuita e oggi gli USA non si affidano più principalmente al Regno saudita come fornitore di petrolio. Ma gli Stati Uniti hanno proseguito lo stesso ad inviare armi con l’obiettivo di contrastare l’espansione nella regione dell’Iran.

Negli ultimi tempi qualcosa si è inclinato nelle relazioni tra i due paesi. Tuttavia, il regime di Riad è rimasto come uno dei migliori clienti per l’acquisto di armamenti che ha impiegato principalmente nella guerra civile nello Yemen contro il gruppo terroristico degli Houthi (sostenuti dall’Iran). L'intervento militare saudita in questa regione ha causato gravi sofferenze umanitarie e violazioni dei diritti umani, suscitando interrogativi etici e politici sull'esportazione di armi verso i paesi del Golfo.


Cosa dicono i dati

Il panorama sopra delineato si traduce in uno strapotere nelle esportazioni di armamenti degli Stati Uniti. Secondo i dati riportati dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (Sipri), nel quinquennio 2019-2023 si è registrato un aumento del 17% delle esportazioni belliche rispetto al precedente periodo 2014-2018. La quota di mercato statunitense sull'intero export mondiale è aumentata dal 34 al 42%. Durante questo intervallo temporale, le imprese statunitensi hanno fornito armamenti a 107 nazioni diverse, un numero senza precedenti nella storia  rispetto a qualsiasi altro paese esportatore di armi. In effetti, tra i primi tre leader nella classifica dei maggiori venditori di armamenti figurano tre aziende statunitensi: “Lockheed Martin”, “Raytheon Technologies” e “Boeing”, con un fatturato annuo compreso tra i 35 e i 60 miliardi di dollari.


Dal 2009, gli Stati Uniti hanno venduto armamenti per oltre 444 miliardi di dollari a 169 paesi. Una delle principali giustificazioni utilizzate dalle amministrazioni statunitensi per ignorare i rischi intrinseci delle vendite di armi è che, nonostante la mancanza di prove empiriche, queste permettono a Washington di sfruttare la dipendenza dei paesi acquirenti dalle armi di produzione statunitense per promuovere cambiamenti politici favorevoli agli interessi degli Stati Uniti.


A questo punto, appare molto chiaro nella strategia geopolitica che gli Stati Uniti siano diventati un paese in grado di modificare gli equilibri internazionali solo con uno strumento: l’industria bellica.


Loris Pietrucci


Sitografia e fonti:

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