Il Kazakistan si macchia di sangue: aspettare non è più un'opzione.

Cina, Myanmar e Bolivia gli esempi più recenti. Adesso anche il Kazakistan si aggiunge all’elenco. L’ordine è sempre lo stesso: sparare sulla folla.


A rompere subito la vana speranza di un calmo 2022 è stato il Kazakistan, che nell’ultima settimana ha visto le più grandi proteste dal crollo dell’URSS nel 1991. I numeri sono quasi senza precedenti per il Paese: diverse manifestazioni hanno visto migliaia di partecipanti, arrivando in un’occasione a toccare i diecimila. Inutile dire che il governo di Tokayev, caratterizzato da un certo autoritarismo, non si è fatto troppi scrupoli nel reprimerle, arrestando 8000 persone e uccidendone 164, secondo un report del 9 gennaio. Il casus belli è stata il raddoppio dei prezzi del gas, fondamentale per il riscaldamento e le cucine dei kazaki, già stremati da una situazione finanziaria sempre più difficile per la gente comune. Ben presto però la critica si è estesa all’intero sistema politico del Paese, che da più di 30 anni è rimasto pressoché invariato.

Infatti l’ultimo grande cambiamento che ha visto protagonista il Kazakistan è stata l’indipendenza del 1991, ottenuta in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica. Nonostante i risultati delle politiche di quest’ultima fossero tutt’altro che eccezionali, Nazarbayev, già primo ministro nell’era comunista, riuscì a mantenere il potere, rimanendo leader indiscusso fino al 2019, quando diede le redini a Tokayev. Durante i suoi cinque mandati di governo il Kazakistan sperimentò una crescita economica senza precedenti, passando da un’economia prevalentemente agricola a una basato sull’esportazione del petrolio, ed divenne il Paese più importante dell’Asia centrale, di cui produce il 60% del PIL. Tuttavia quello non fu un periodo rose e fiori per tutti: la gente comune non smise mai di sperimentare grosse difficoltà economiche ed rimase quindi vulnerabile a cambiamenti repentini dei prezzi delle materie prime, come avvenuto a inizio anno. Nonostante ciò il potere di Nazarbayev prima e di Tokayev poi non è mai stato in dubbio, anche grazie alla repressione veloce e violenta delle poche rivolte organizzate dall’opposizione più radicale. Il discontento però non ha fatto altro che aumentare silenziosamente, fino ad esplodere dal 2 gennaio in avanti.

La risposta del governo alle proteste è stata repentina ma autocontradditoria: inizialmente infatti si è imposto un calmiere sul prezzo del gas e dimesso il governo, quasi a preannunciare l’apertura a un sistema liberale; ma la musica è ben presto cambiata. Il governo ha dichiarato 3 giorni dopo le prime proteste lo stato di emergenza e denunciato come gruppi terroristici finanziati dall’estero i leader dei manifestanti, mai chiaramente identificati né dal governo né dai media. Quest’accusa, prontamente ripetuta dall’alleato Putin, è tipica della strategia di firehosing che abbiamo descritto in un precedente articolo e che sta ormai diventando uno degli strumenti più potenti a disposizione dei governi autoritari odierni. Alle affermazioni ha fatto prontamente seguito la repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, che hanno ricevuto l’ordine di sparare senza preavviso sui manifestanti. Sebbene il governo affermi che tale misura sia applicata solo ai “terroristi” e non ai manifestanti pacifici, i report che giungono dalla città di Almaty, al centro di questa ondata di proteste, raccontano tutt’altra storia.

La storia di violenze contro i manifestanti non è straordinariamente rara all’interno di scenari politici instabili come quello kazako e la loro importanza geopolitica è spesso limitata, al punto che pochi mesi dopo i fatti i report delle maggiori testate giornalistiche si fanno sempre più rari. A dare però un’importanza unica a queste proteste è l’intervento della CSTO (Organizzazione del Trattato di sicurezza Collettiva), a cui aderiscono lo stesso Kazakistan, il Tajikistan, l’Armenia, la Bielorussia, il Kyrgyzstan e la Russia. A differenza della sua controparte atlantica, questa non è mai intervenuta in modo significativo sul piano internazionale, limitandosi a proteggere il confine del Tajikistan dall’emigrazione degli afghani. Essa non entrò in azione nemmeno quando Kyrgyzstan e Tajikistan si scontrarono nella primavera del 2020 per delle dispute territoriali. Infatti, l’intervento della CSTO si limita solo alla difesa da minacce esterne, che fino ad oggi non hanno raggiunto proporzioni tali da coinvolgerla direttamente con un quantitativo significativo di truppe. In risposta però alla minaccia “esterna” rappresentata dei manifestanti, Tokayev ha deciso di invocare in via eccezionale l’aiuto degli alleati, incassando subito l’approvazione di Putin. Inutile dire che difficilmente i 2500 peacekeepers si comporteranno in modo pacifico, anzi: non si faranno certo scrupoli a ricorrere alla forza anche più frequentemente delle controparti kazake.

I pareri su questa mossa del governo sono contrastanti. Sebbene la Russia sia tradizionalmente vista come un alleato di prestigio, molti temono che la mossa di Tokayev riduca fortemente l’autonomia del Kazakistan. D’altro canto, la CSTO ha fin da subito affermato che basterà una parola del presidente perché le truppe tornino a casa, senza esitazione alcuna. Quanto questa dichiarazione sia affidabile è oggetto di speculazione: per gli alleati stabilizzare il Paese è un imperativo che potrebbe prevaricare le scelte politiche di Tokayev. Nei Paesi occidentali la reazione, per quanto limitata, è stata netta: l’UE, come anche gli USA, ha condannato le azioni del governo e si è detta addolorata delle vite perse in questa settimana. Se a queste dichiarazioni seguiranno misure concrete non si può ancora dire: fatto sta che molti ora stanno riconsiderando le relazioni che i propri leader politici hanno con la Russia di Putin, pronta a farsi complice delle atrocità compiute dalle forze dell’ordine kazake.

Tra gli esempi più lampanti qui in Italia vi è Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e possibile candidato alla Presidenza della Repubblica. La sua amicizia con il presidente russo è forte quanto il loro legame politico e si è spinta a estremi difficilmente pareggiati da altri Capi di Stato: si pensi che nel 2017 il Cavaliere regalò a Putin un copriletto che li ritrae in una stretta di mano. Il patron di Mediaset non ha ancora commentato gli ultimi sviluppi in Kazakistan, ma il suo silenzio non potrà continuare a lungo: le sue storiche relazioni sia con Putin che con Nazarbayev rendono inevitabile e fondamentale un suo intervento, anche in vista del ruolo di Presidente della repubblica che la sua coalizione vorrebbe fargli ricoprire.

Non rimane che farsi una domanda: può un leader politico di tale calibro avere relazioni così amichevoli con tali soggetti? Può chiudere un occhio sulle repressioni violente che hanno bagnato le strade di Almaty in virtù del calcolo politico? Ovviamente una risposta netta non c’è: pare eccessivo e inefficace farsi guidare dalla sola morale nelle scelte politiche, come anche affidarsi al puro calcolo. È però responsabilità di chi aspira a guidare un Paese proporre la propria idea di equilibrio, perché non si navighi senza bussola nel mare burrascoso della geopolitica internazionale. Da tali scelte non dipendono solo le sorti del Paese, ma anche quelle di tutte i manifestanti, privati del loro naturale diritto alla libera espressione, che perdono amici e familiari ogni giorno che passa. L’attesa, ormai, non è più un’opzione.


Mathias Caccia


 

Fonti:




61 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti