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La crisi demografica: c’è ancora un domani?

Si prevede che i quasi 60 milioni di individui attualmente presenti nel nostro paese potrebbero drasticamente diminuire in pochi decenni. Nello specifico il Sole 24 ore fotografa in 54 milioni i cittadini italiani nel 2050 che andrebbero ulteriormente scemando a 48 nel 2070. La sua configurazione anagrafica inoltre, è suggello di una tendenza pericolosa che vede proprio nel 2050 la propria dead line simbolica. Per quella data infatti, gli under 14 dovrebbero restare solo l’11% della popolazione lasciando la parte del leone agli over 65 che rappresenterebbero ben il 35% degli abitanti.


Scenario già di per sé inquietante, con una curva in discesa libera che non sembra né trovare bilanciamento nei flussi migratori né una soluzione di continuità nelle politiche pro natalità intraprese negli ultimi anni.


Il picco di sostituzione di popolazione (2,1 figli per donna) è stato toccato nel 1964 in pieno boom economico per poi arrestarsi bruscamente nel 1976, quindi stagnarsi definitivamente ai giorni nostri addirittura a 1,25.


La fenomenologia di un avvenimento così complesso ha radici profondissime e difficilmente rintracciabili a pieno. L’impressione degli esperti è che dopo un’iniziale incremento della natalità provocata dalle migliori condizioni di vita portate dal boom economico degli anni ’60 e ’70, il paese abbia risposto alle successive turbolenze sociali con un investimento decisamente più sul mantenimento dello status quo che su un futuro più che mai incerto.


La deriva di oggi si può spiegare in diversi modi, ognuno dei quali esente dalla pretesa di darne una spiegazione monolitica e dogmatica.

Tra questi si può citare in primis la precarietà del lavoro. Nell’anno passato infatti, la percentuale di contratti a tempo determinato toccava il 17% su una platea di 17 milioni di lavoratori dipendenti. Dati che si prevedono in aumento dopo il varo del decreto lavoro da parte dell’attuale esecutivo che ammorbidisce le misure imposte dal primo governo a guida Conte.


Il precariato e l’incertezza occupazionale non solo sono dannosi per le tasche degli italiani ma faticano anche a lasciare particolari spazi di manovra quanto a programmazione prospettica che conseguentemente inibisce particolari prospettive di natalità.


A ciò si aggiunga l’alto costo per mantenere i figli. A tale proposito, la politica italiana negli ultimi decenni si è interessata più volte a supportare la crescita demografica con aiuti alle famiglie che sono rimasti però sempre per lo più aleatori. La raffica di bonus e sussidi che si sono susseguiti nel tempo infatti, non ha mai dimostrato di poter convincere a pieno gli italiani a lasciarsi alle spalle il lungo inverno demografico.


Una sorta di manifesto programmatico del pensiero dell’attuale governo (che potremmo purtroppo vedere come un filo rosso con quelli precedenti senza un’apparente soluzione di continuità) sono infatti le misure ad hoc contenute nell’ultima manovra di bilancio. L’unica novità significativa rimane la mera estensione del limite per usufruire del bonus per asili nido. Esso potrà essere richiesto dai genitori a partire dal secondo figlio per coprirne la retta e per usufruire dell’esenzione totale da quella della scuola materna.


Iconico è l’esempio della Francia che da anni fa scuola in campo di politiche di assistenza alla natalità che prevedono tasse per i cittadini non ad personam ma a nucleo, generando così una catena di sgravi fiscali che ad oggi la rende faro della fertilità europea.


Non va meglio neanche nel campo degli aiuti alle lavoratrici dipendenti. Il banale quanto importante dato del congedo parentale infatti, testimonia un altro divario tra il nostro paese e molti altri della zona UE. Se da noi la durata è infatti di 5 mesi per un solo genitore, in Germania ne vengono assicurati 12 alla sola madre più ulteriori due eventuali di bonus per il padre. Discorso analogo per la Svezia, la nazione forse più all’avanguardia in campo europeo per questo tema: 480 giorni complessivi di cui almeno 90 per ogni genitore.


Insomma, l’attuale crisi demografica in Italia deve preoccupare non solo per il timore mai così concreto di un paese sempre più solo e anziano ma anche per le conseguenze incalcolabili che questo avrebbe sul sistema di previdenza sociale e sulle già scarse prospettive delle nuove generazioni. Tutto ciò rimane molto complicato non solo da risolvere ma anche semplicemente da adeguare a un deciso cambio di rotta. In quest’ottica rimane essenziale che il mondo politico tenga accesi i riflettori il più possibile investendo in misure veramente a lungo termine che riescano a dare ossigeno a un ambito molto provato negli ultimi decenni. Tra queste, paiono indispensabili interventi strutturali e non semplici incentivi temporanei.


Andrea Re

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