In principio vi era la “pòlis”: all’origine del concetto più inflazionato dei nostri tempi.

Tucidide, pilastro della storiografia greca antica, scriveva che bisogna conoscere il passato per capire il presente: quale modo migliore, dunque, per inaugurare questo piccolo spazio di riflessione e confronto sul sito di Politics Hub, se non partendo proprio dalle fondamenta del concetto di politica? Si tratta forse di una delle parole più adoperate da tutti nel lessico comune: ma quanto siamo consapevoli della sua pregnanza?


Ebbene, la parola “politica” ha le sue radici nel greco antico e più precisamente nell’aggettivo “πολιτικός” (politikòs), derivato da “πόλις” (pòlis, città – stato): esso designava ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, vissuta all’interno della città. Della visione della politica in età arcaica, tra VII e VI secolo a.C., abbiamo una testimonianza molto sentita e vivida grazie a componimenti di poeti quali, ad esempio, Alceo e Tirteo. Costoro esprimono gli ideali dell’aristocrazia dell’epoca, l’unica componente della società che poteva occuparsi di politica: il coraggio in guerra, la lotta per la libertà, il rifiuto della tirannide e la salvezza della patria sono i temi principali che ricorrono nelle loro poesie e che costituiscono una vera e propria ideologia politica condivisa all’interno di quella classe sociale. Come si può intuire, la politica era strettamente connessa all’etica e anche alla religione: perché la città potesse prosperare era necessario il favore degli dèi dell’Olimpo, oltre alla giustizia delle azioni. L’apice di questa concezione è riscontrabile nella parabola straordinaria di Solone, il grande legislatore ateniese del VI secolo a.C. che con le sue iniziative ispirate a senso dell’equilibrio e della misura tentò di ristabilire nella società greca una situazione di parità di condizione sociale ed economica tra i cittadini più e meno abbienti.


Ad un certo punto, però, ci fu una frattura nella concezione greca di politica e ciò accadde a partire dal V secolo a.C. I principali artefici di questo cambiamento furono i componenti del movimento della Sofistica e Socrate. Costoro, anche se in modi e con scopi diversi, liberarono la politica dalla commistione con la religione e ne offrirono una visione laica.

I sofisti, abili retori soprattutto, proposero una definizione di politica che si può genericamente definire come il primato dell’utile. Essa quindi non è più pertinente primariamente all’interesse comune ma è innanzitutto il tentativo del singolo di porre in primo piano le proprie necessità e la brama di potere. Proprio in quest’ottica assume un ruolo fondamentale la retorica: se praticata con astuzia e anche spregiudicatezza, essa può contribuire in modo decisivo ad attirare dalla propria parte i cittadini e ad averne l’appoggio, portando al potere non i migliori (gli «ἄριστοι» in greco) ma i più abili.


Ancora più rivoluzionario però fu il pensiero di Socrate, condannato a morte dalla democrazia ateniese nel 399 a.C. Egli sosteneva infatti che lo scopo di qualsiasi azione umana dovesse essere la conoscenza, e quindi il bene, poiché senza conoscenza, secondo lui, non ci può essere bene e viceversa. Parte della critica alla società del tempo muoveva proprio da questo presupposto: dietro alle leggi, ai riti sacri, agli uomini politici c’è una vera conoscenza o il formalismo? C’è il desiderio del bene o il mero soddisfacimento di un istinto? Ecco il perché del dialogo socratico, parte integrante del metodo di indagine adoperato dal filosofo: scavare dentro di sé, eliminare il superfluo, capire perché si agisce in un determinato modo o perché si ha una tale credenza, queste sono le basi da cui si può pensare di formare uomini consapevoli, e quindi adatti a governare.


La prima teoria politica venne formalizzata, però, dal più importante allievo di Socrate, ancora oggi ricordato per il suo pensiero: Platone. Egli fu il primo ad elaborare un complesso modello di Stato ideale e a plasmare in una forma più vicina a quella moderna il concetto stesso di politica. Un rilievo importante nella sua concezione, nella quale politica ed etica sono irrimediabilmente intersecate come lo erano per il suo maestro, è detenuto dai bisogni dell’uomo. La divisione della società in categorie (lavoratori, governanti, guardiani) proposta nella “Repubblica”, dialogo in cui sono esposte in modo compiuto le sue teorie politiche, risponde esattamente a questa necessità: ciascuno in base alle proprie attitudini e ai propri bisogni può dare un contributo al buon funzionamento dello Stato. Ruolo fondamentale quindi riveste l’educazione impartita dalla πόλις, unico mezzo col quale si può pensare di formare una classe politica che guardi al bene dei cittadini (i «πολίται», polìtai) e che sappia sacrificare anche parte della propria vita a questa causa: educazione significa anche prendere coscienza del proprio ruolo all’interno della società e dei benefici che si possono apportare ad essa.


Platone mette in rilievo alcuni punti per lui decisivi e che alla sua epoca costituivano dal suo punto di vista delle falle nel sistema politico e sociale ateniese. Tante sue idee offrono utilissimi spunti di riflessione ancora oggi: quanto la politica si avvicina all’obiettivo di «agire per il bene dei cittadini»? Che ruolo gioca l’educazione nel percorso di vita e lavorativo di ciascuno? Sono domande che probabilmente non hanno una risposta univoca ed è giusto, forse, che sia così: certo Platone avrebbe molto da dire anche oggi!


Sofia Barletta


- Significato di politica: leggi qui

- “La filosofia antica, profilo critico-storico”, Franco Trabattoni, Carocci editore

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